venerdì 29 giugno 2012

Exercices spirituels - Olivier Smolders

una decina di cortometraggi, quasi tutti in bianco e nero, sul cinema, sull'immagine, spesso memorabili.
"Adoration", "Point de fuite" e "L'Amateur" quelli che mi sono piaciuti di più, o forse quelli meno "ostici".
hanno un fascino strano e meritano di sicuro di essere visti.  - Ismaele




...Le moins qu'on puisse dire, c'est que certains principes, religieux, imposés aux enfants, présentés comme de nobles et hautes vertus, sont restés en travers de la gorge de Smolders depuis l'enfance. Lui faudrait-il que quelqu'un lui pardonne ? De la Neuvaine (1984) et l'Art d'aimer (1985), où le cinéaste, au fond de l'atelier de l'Insas, ressasse et interroge son adolescence, à l'Amateur (1997) et Mort à Vignole (1998), ces réflexions discursives et tourmentées, sur la nature de l'homme et celle de l'image, sur la place de l'icône et celle du cinéma, peut-être l'essence même, pulsionnelle, du cinéma et sa place dans l'espace-temps de la vie et de la mort, sont autant d'approches des jeux de mots, de sons et lumières, sous prétexte de grandes histoires intimes, et nues, souvent. Les filles se succèdent, en gros plans parfois mais distantes quand même, statiques comme souvent la caméra, pour une réflexion obsessionnelle qui, à partir de l'érotisme et de la dictature de la jouissance, attaque Dieu bien plus que l'homme…
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Film anonyme, film pédagogique, film solitaire, film en forme de poire, film pour amuser les chaises, les sous-titres de ses courts métrages sont des mises en bouche ludiques et ironiques qui suggèrent de les regarder avec détachement et humour, en même temps que des énoncés de théorèmes ("exercices spirituels" nous dit Smolders) aux accents surréalistes. Smolders serait-il l'un des derniers surréalistes ? Plus proche d'un Bunuel que d'un Magritte, il est en tous cas sous influence de Clovis Trouille, auteur inclassable de toiles anticléricales et antimilitaristes de la Belle Epoque. Avec les surréalistes, Smolders partage ce goût pour l'inconscient, le fantasme et le verbe…

L’une des principales qualités de Smolders reste sa capacité à basculer d’images réalistes et concrètes aux débordements abstraits, qu’ils soient filmés ou lus. Il se passe difficilement de son style bicéphale, entre écriture et littérature. Cinéma de facture clairement intellectuelle, voire intellectualisante, les courts métrages de Smolders recèlent de vrais moments de grâce. En dépassant leurs aspects les plus pontifiants, le plaisir des sens est au rendez-vous,..

Bonus Exercices Spirituels/Spiritual Exercises from Cerambyx on Vimeo.

Hyènes (Iene) - Djibril Diop Mambéty

tratto da un lavoro di Dürrenmatt si nota l'impianto teatrale (e il coro), trasferiti in Africa.
è un apologo amaro sull'umanità. tutti si possono comprare e i debiti si saldano.
istruttivo e sempre attuale - Ismaele



La protagonista Linguère, una vecchia signora diventata ormai ricchissima, ritorna dopo molti anni a Colobane, suo paese di origine. Il villaggio, in preda alla povertà più assoluta, accoglie Linguère sperando di ricevere beni e favori per migliorare la propria situazione. Per incoraggiare la sua generosità, affidano a Dramaan, un droghiere locale che una volta aveva corteggiato (e ingannato) la donna, l'incarico di convincerla ad aiutare la popolazione. Linguère, in realtà, è tornata con l'intenzione di condividere la sue ricchezze con il villaggio, ma solo in cambio di una particolare richiesta ai suoi concittadini: l'uccisione di Dramaan. Il desiderio di vendetta e giustizia di Linguère porta gli abitanti di Colobane a compiere azioni ciniche e folli, senza più possibilità di controllo.

In Iene non si salva nessuno, come in un noir tutti sono colpevoli (e salta subito alla mente quel capolavoro nerissimo che è Colpo di Spugna di Tavernier, anch'esso ambientato in Africa), ma c'è chi è disposto ad affrontare le proprie responsabilità con dignità, almeno in punto di morte. Grande inventiva e raffinatezza stilistica rendono il film degno di qualsiasi lungometraggio d'autore occidentale, e la stima cresce se si pensa che Mambety è stato un autodidatta. Ispirato a La Visita della Vecchia Signora di Friedrich Durrenmatt e presentato a Cannes nel '92, mentre la colonna sonora è di Wasis Diop, fratello di Mambety.

Realizzato in coproduzione fra Svizzera, Francia e Senegal, Hyènes ha la particolarità di essere uno dei rari adattamenti di registi dell’area sub sahariana da romanzi non africani. La fonte è Der Besuch der alten Dame(La visita della vecchia signora), dramma scritto nel 1956 – in Italia lo pubblica Einaudi – dallo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt, morto appena due anni prima dall’uscita del film e a cui Hyènes stesso è dedicato: Mambety ne mutua soggetto e intreccio, trasponendolo dalla Svizzera degli anni ’50 a un immaginario paese del Sahel negli anni ’80. L’ambientazione è volutamente vaga: la cittadina Colobane altro non è che il quartiere di Dakar dov’è nato Mambety e anche sull’ancoraggio cronologico il regista ha volutamente mescolato le carte...

Il film rende da dio la tranquilla ansia di vendetta della donna, ma anche il suo immutato affetto per l’uomo che vuole morto (magnifica in questo senso la scena in riva al mare), nonché l’acquisita arroganza dovuta alla sua nuova posizione. Il film voleva essere soprattutto un atto d’accusa contro la corruzione (dello stato, delle forze di polizia, della giustizia, della religione, e una corruzione morale dilagante) densa di simboli tuttora efficaci (l’evidente parallelo con le iene; il grottesco tribunale finale nel cimitero degli elefanti; o la bellissima immagine finale del baobab in lontananza), più qualcuno tipico del luogo (la rete da pesca come immagine della corruzione, che viene usata dal giudice ed indossata al collo del capo della polizia; o le facce dipinte di bianco nel giudizio finale a simbolo del male). In questo senso il film funziona; e funziona bene la regia, abbastanza sicura in toto, con qualche decisa virata autoriale nella costruzione di alcune inquadrature (soprattutto nella chiesa) o nell’utilizzo di alcuni paesaggi (la già citata immagine del baobab, il deserto durante il viaggio in macchina, la costa nella scena sul mare dell’incontro fra i due “antagonisti”)…

giovedì 28 giugno 2012

Vreme cuda (Il tempo dei miracoli) - Goran Paskaljevic

un film del 1989, praticamente sconosciuto, non solo da noi, non sarà un capolavoro, ma Goran Paskaljevic è una garanzia, c'è un grandissimo, Miki Manojlovic, e altri bravi che magari abbiamo visto in "Underground", la sceneggiatura è tratta da un libro, bello, di Borislav Pekic, che ha lavorato al film.
detto questo, "Vreme cuda" è davvero un bel film, ti tiene sveglio per tutti i 98 minuti, con colpi di scena continui.
di cosa racconta lo saprà chi lo vedrà, e non se ne pentirà, promesso - Ismaele




Set in Yugoslavia just after the second world war when the country is undergoing the communist-led process of "eradication of God". In the little orthodox village of Vitanjia, a stranger appears. The townspeople are convinced that he is the Messiah because he "works miracles".

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mercoledì 27 giugno 2012

Le Cochon de Gaza - Sylvain Estibal

ha vinto il César 2012 per il miglior film francese, è una storia divertente che racconta un po' di palestinesi e israeliani facendoli e facendoci anche ridere.
il protagonista è il grande Sasson Gabai (già Tawfiq Zacharya nel grandissimo "La banda"), la sua interpretazione basta a rendere "Le Cochon de Gaza" indimenticabile.
da non perdere - Ismaele


Ispirato a Chaplin e a La vacca e il prigioniero di Henri Verneuil (1959), Le Cochon de Gaza racconta le disavventure di un pescatore palestinese di Gaza che prende casualmente nella sua rete un maiale caduto da un cargo. Determinato a sbarazzarsi di questo animale impuro, decide tuttavia di provare a venderlo per migliorare la sua miserabile vita, il che lo proietta in un commercio rocambolesco e molto poco raccomandabile… "Nel film, ciò che unisce i due mondi è il rifiuto comune del maiale che diventa così il tramite, il legame tra le due comunità", spiega Sylvain Estibal. "E' un film su un individuo in conflitto con se stesso. Lancio un grido contro il caos, l'odio, una religione troppo spesso presa alla lettera, che nega il suo messaggio fraterno".
Sottolineando che Le Cochon de Gaza non sta "da nessuna parte, ma è contro l'assurdità della situazione e per la dignità umana", il regista dice di aver affrontato il confllitto israelo-palestinese "da un'ottica umana e burlesca, senza aggressività ma senza neanche particolare riguardo per nessuno", con la semplice "voglia di scuotere i discorsi politici troppo rigidi per tornare al destino di un semplice individuo"…

… L’ingéniosité du réalisateur se lit dans l’intelligence avec laquelle il place quelques métaphores de la situation politiques jamais trop appuyées, mais toujours bâties sur ce principe de degré supplémentaire dans l’absurde, de personnages parlant chacun dans leur sphère sans atteindre l’autre, alors qu’ils se ressemblent tant. Les archétypes politiques attendus dans un tel contexte (le soldat d’un côté, le martyr de l’autre) se présentent sous un nouveau genre, qui les débarrasse de leurs oripeaux moraux au profit d’un message véhiculé par la bouffonnerie. C’est le jeune soldat israélien posté sur la maison de Jafaar et de sa femme qui descend regarder un soap brésilien à la télévision, ou encore la création d’un nouveau genre de martyr qui reste vivant après l’attentat et signe des autographes…

… Il faut dire que Le Cochon de Gaza parvient à être franchement drôle, et ce à de nombreuses reprises. Et ceci sans pour autant surfer sur les mêmes bagues de gags. En effet la mécanique comique développée fonctionne à différents niveaux pour cueillir les amateurs d’échanges verbaux délicieux (à base de quiproquos notamment sur la langue anglaise) que de gags purement visuels basés essentiellement sur le langage corporel de Jafaar. On rit donc de bon coeur mais on en vient également à se poser de sérieuses questions sur la situation là-bas. Car il a beau user de stéréotypes, voire de caricatures pour établir son discours, Sylvain Estibal ne passe jamais à côté de son sujet et nous dépeint des enjeux en lesquels il n’est pas bien difficile de croire. Là où il nous surprend même c’est en signant un film réellement beau sur le plan formel. Une mise en scène au juste milieu entre épure et ampleur, un réel sens du cadre et de la construction dramatique à travers l’image, et une photographie extrêmement soignée…

Mandabi (Il vaglia) - Ousmane Sembene

un film del 1968, pochi anni dopo l'indipendenza, speranze di cambiamento, modernità e tradizione sono affianco, lo scrivano ha sul tavolo l'immagine di Che Guevara.
il film è tratto da un racconto dello stesso regista (qui), sembra a più riprese uno di quei film degli anni '50-'60, con Totò e altri, nei quali si denuncia la corruzione e lo strapotere della burocrazia.
merita di sicuro, non ve ne pentirete- Ismaele


In un villaggio alle porte di Dakar il postino consegna la notifica di una vaglia dell'ammontare di ben 25.000 franchi, proveniente da Parigi. A spedirlo è il giovane Abdou, emigrato nella capitale francese, dove lavora come netturbino, e il destinatario è suo zio Ibrahima Dieng, un uomo disoccupato ed analfabeta, con due mogli e sette figli. Da quel momento per lui inizieranno i guai: tra le richieste di soldi da parte di familiari, amici o perfetti sconosciuti, le traversie burocratiche per incassare il denaro e i crediti nel frattempo contratti dalle sue donne, il povero Ibrahima non avrà più pace. 

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 E' un'opera, come sempre, di denuncia dei mali che affliggono l'Africa e la sua gente come l'immigrazione, la disoccupazione, la povertà, ma tutto è raccontato attraverso uno sguardo allegro che utilizza i registri del grottesco. "Manda Bi" è come una "favola", capace di spostare lo spettatore in una realtà lontana dalla sua, diversa, ma al tempo stesso vicina. Il protagonista è un uomo semplice, analfabeta, da quattro anni disoccupato, che vive con le sue due giovani mogli e 7 bambini piccoli. E' ingenuo ed ha un cuore puro, per questo spesso ricorda con il suo modo di fare "Renzo Tramaglino" dei Promessi Sposi del Manzoni (Milano 1785 -1873). La sua vita dunque procede tranquilla, quando l'improvviso arrivo di un vaglia dal nipote di Parigi stravolge la sua vita. Tutto il quartiere lo cerca per spillargli soldi con una scusa o con l'altra, i commercianti gli fanno credito, tutto sembra cambiare intorno a lui, è felice! Quando va finalmente alla posta, dopo due giorni di festeggiamenti, scopre che non è tutto così semplice come sembra, infatti, dopo aver speso parte dei soldi del vaglia, scopre di non essere solo lui il destinatario del patrimonio. A peggiorare la situazione c'è che è privo di carta di identità e quindi non può ritirare la somma, non resta che cominciare il lungo iter della burocrazia per ottenere i tanto sospirati soldi, ma più ci prova, più s'indebita, inoltre la gente del quartiere diviene ostile invidiando la fortuna capitatagli. Il protagonista prova sulla sua pelle le conseguenze della burocrazia sulla vita quotidiana dell'uomo e non solo anche la disonestà e la furbizia delle persone che ha intorno. Il film rappresenta molto bene lo stile di Sembène, realistico e molto vicino al neorealismo mescolato con lo stile delle nouvelle vague, grazie al profondo humor. E' evidente che il regista conosca profondamente la materia che va catturando con la telecamera e lo fa con ironia, senza mai giudicare o condannare i suoi personaggi.

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Sembene’s first comedy, his first film in color, and first work in Wolof - the language spoken by most of the population of Senegal -Mandabi is the deceptively simple story of a man whose initial good fortune leads to encounters with an intimidating barrage of Third World bureaucracy. The film, which consists of a series of comic mishaps involving Dieng’s futile attempts to get an identity card so he can cash his check, takes the viewer on a journey with corrupt government officials and impoverished members of Dakar’s proletariat. Mandabi was seen as a betrayal by many in the newly independent Senegal. The fact that the film was a comedy did not spare Sembene’s film from attacks in the press.

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martedì 26 giugno 2012

Wendy and Lucy - Kelly Reichardt


bel film, Wendy fa davvero tenerezza, sembra la cuginetta di Chris/Supertramp, speriamo la vada meglio.
come fai a non fare il tifo per lei e il suo viaggio?
così sola e indifesa, ha l'amore di Lucy, dentro, il sogno del viaggio, fuga da una vita amara e triste, e la solidarietà della guardia notturna, l'unico che sembra capirla.
cercatelo, all'inizio sembra un po'così, poi non smetti fino alla fine, e magari ti commuovi anche - Ismaele



Lode alla bravura di Michelle Williams, che regge un'intera pellicola da sola, evitando di strumentalizzare la storia della protagonista e lavorando con piccole e naturali espressioni del viso. La Williams è il simbolo perfetto dello stile della pellicola. Asciutta, mai propensa a scenate fuori luogo, di un'umanità insieme combattiva e dimessa, incarna un carattere "normale", non idealizzato. Il lavoro psicologico è rimarchevole e anche la capacità di interagire con il cane non è forzata, ma sentita. La recitazione è di immedesimazione, ma fa percepire anche molto della personalità reale dell'attrice, avvezza ai film indipendenti e per nulla votata ad un'immagine di star. Il film è un piccolo squarcio di disperazione senza scene-madri, senza "buoni e cattivi", senza rimorsi o crudeltà vere. E' un film asettico nella sua accezione migliore, che sceglie la strada della naturalezza per riscaldare/raffreddare continuamente il cuore.

Parte adattamento (da un racconto di Jon Raymond, con cui aveva già collaborato in Old Joy) e parte autobiografia (anche se Reichardt disconosce qualsiasi identificazione tra lei e la protagonista) è la storia on the road di una ragazza (Wendy, interpretata da Michelle Williams) e della sua cagnetta (Lucy, quella vera di Reichardt, con cui la regista ha attraversato in macchina gli States scrivendo il film e cercando i luoghi dove girarlo). Le due, a bordo di un'Honda rosso scuro, sono dirette in Alaska (come il ragazzo di Into the Wild), frontiera mitica dove Wendy spera di trovare lavoro. Lungo il loro percorso, camminate e giochi nella foreste fino a tarda notte, l'incontro con un gruppo di ragazzini homeless che vivono lungo i binari del treno e si scaldano alla fiamma di un fuoco. In effetti la parte di «viaggio» finisce presto, quando la macchina di Wendy si rifiuta di partire dopo una notte trascorsa nel parcheggio di un supermercato, vicino a un benzinaio e a una rimessa…

Per la compagna la giovane farebbe qualunque cosa, anche rubare, anche andare in prigione, anche mentire;  e il prodigarsi di questa “pia mater” moderna stride con la durezza e la crudeltà della vita rappresentata dalla regista. I soldi che mancano, la notte passata all’addiaccio in contatto con quella Natura, benigna di giorno in compagnia di Lucy, matrigna quando si è soli e impauriti, sono emblema dell’America perduta, che non dà aiuto a quelli come Wendy:  tanto è benigna con i vincenti quanto è matrigna con i perdenti.  Kelly Reichardt costruisce un’opera lineare, pulita, che si modula incredibilmente sul “moaning” di Wendy, “colonna sonora” dell’intero film, lamento da cui è difficile separarsi;  la regista racconta una vicenda semplice -- resa unica e speciale -- di una guerriera che combatte contro i suoi mulini a vento, facendo anche però il ritratto dell’America che non conta, che è in preda alla crisi economica, e dell’Umanità che non si lascia travolgere da niente e da nessuno.

Lo stato d’animo di Wendy è messo a dura prova dalle irrimediabili condizioni dell’automobile e dalla pesante assenza di Lucy. Stravolta dalla sfortunata serie d’eventi, la protagonista trova conforto soltanto nell’amicizia con un anziano poliziotto che si rivela gentile e teneramente comprensivo nei suoi confronti. La solitudine ricercata dal personaggio tramite l’allontanamento dal suo paese d’origine trova un’allucinante e avvilente prospettiva nella situazione creatasi nella “tappa forzata” del viaggio: in preda all’inquietudine Wendy telefona alla sorella ma la lontananza affettiva è ben più incolmabile di quella chilometrica. L’affetto di Lucy è l’unico sentimento che rincuora l’animo della sua padroncina e quest’ultima è talmente legata al cane da non poterne fare a meno…

lunedì 25 giugno 2012

Yella – Christian Petzold

una storia che è e può essere stata, uno sguardo sull'economia di rapina, una donna in fuga, un film geometrico direi, ma non manca di fascino.
mi è piaciuto - Ismaele


La vita sognata ha le sue durezze e la giovane donna non nega certo al suo talento anche le forme estreme del ricatto. Tutto però sembrerebbe andare per il meglio se non fosse che di tanto in tanto Yella sente all'orecchio strani rumori che la turbano e turbano lo spettatore, messo su una lunghezza d'onda diversa dal quella di un piano racconto realistico. Qualcosa di misterioso e inquietante si insinua a poco a poco mettendo a disagio lo spettatore (grazie anche alla fascinosa e ambigua interpretazione di Nina Hoss, apparentemente distaccata da tutto quello che succede). Ma chi è davvero Yella e chi Philipp, al di là di apparenze troppo corrispondenti ai desideri per essere vere? Il terreno si fa sempre piú scivoloso e l'ansietà crescente dello spettatore troverà solo alla fine una risposta: quando, riprendendo la scena dell'incidente nel fiume, la macchina da presa allargherà il campo ai soccorritori che metteranno a terra i corpi della ragazza e del marito e li ricopriranno pietosamente con il telo per i cadaveri. Fantasmi anch'essi, dunque, Yella e Philipp hanno avuto soltanto una vita virtuale, il loro incontro è stato una delle infinite possibilità che il destino avrebbe potuto, ma non ha voluto, assegnare loro.

Yella is a reserved young woman with unrevealed depths of intelligence, larceny and passion. Their gradual revelation makes this more than an ordinary thriller, in great part because of the performance of Nina Hoss in the title role. Soon after we meet her, she's followed down the street by her former husband, Ben, who will stalk her throughout the film. Partly to escape him, she leaves her town in the former East Germany and goes to Hanover to take a job.
Her mistake is to accept a ride to the train station from him. He declares his love, accuses her of betrayal, moans about his business losses. "What time is your train?" he asks. When she says "8:22," he knows her destination. Shortly afterward, he drives his SUV off a bridge and into a river. Miraculously, they escape.

Ce film allemand, récompensé par le prix d'interprétation féminine au festival de Berlin d'il y a deux ans, a beau dater d'avant la crise économique, qui préoccupe tant l'actualité depuis quelques mois, il n'en reproduit pas moins l'état d'esprit d'une manière fort probante. Le personnage principal y avance à vue de nez, dans un mouvement perpétuel de perte des certitudes. Le malaise qui s'installe dès le départ - lorsque Ben poursuit Yella pour lui signifier à quel point elle lui manque, alors qu'elle lui indique sèchement qu'elle préfère garder ses distances -, ne se dissipe jamais tout à fait. Il est certes perturbé à intervalles réguliers par des revirements surprenants. Mais dans l'ensemble, il devient assez vite clair que Yella s'engage sur une spirale descendante, depuis laquelle la rédemption est de plus en plus difficile à atteindre…

Laddove l’opera di Petzold scade decisamente, arrivando in più occasioni a sfiorare il ridicolo, è invece nell’impianto narrativo; qui non solo non funziona minimamente l’analisi della psicologia della protagonista – a cosa si deve quello scarto improvviso verso il sentimento di maternità e vita familiare, quando fino a un istante prima eravamo davanti a un cinico mostro freddo e spietato? –, ma viene a crollare l’intera struttura allorquando il regista e sceneggiatore si addentra nei meandri della metafisica. Voler trasformare un’analisi della società occidentale in una vaga e patetica storia di fantasmi è non solo operazione prevedibile (e vi sfidiamo seriamente a cadere nel trabocchetto lanciato da Petzold) ma anche infruttuosa e, il che è decisamente più grave, terribilmente comoda.
Arrivato al punto di rottura, allo scarto decisivo, il quarantasettenne regista tedesco fa improvvisamente quattro o cinque passi indietro, e si assesta dalle parti di un prodotto mainstream per spettatori dalla bocca buona. Il che andrebbe anche bene, per carità, se solo il tutto fosse gestito con coerenza e partecipazione. Al contrario 
Yella ci appare come un progetto estremamente ragionato, che non ha neanche il coraggio di eliminare le sue fastidiose scorie intellettuali. Alla fine anche noi, come l’omonima protagonista della pellicola, ci ritroviamo sul greto del fiume, stremati. ..

After a horrific final encounter with Ben, Yella stumbles into a strange new job with a man who befriends her in a hotel restaurant: Philipp (Devid Striesow). He is a species of forensic accountant employed by a venture capital outfit whose job it is to scan the books and quiz the executives of those businesses who want his company's investment. Yella, a trained accountant, comes along with Phillipp, and is schooled in the psych-out and gamesmanship techniques that he uses in meetings: when to look the executives in the eye, when to pretend to be studying her laptop, when to pretend to whisper urgently in his ear. The sexual tension between Yella and Phillipp builds, assisted by Yella's discovery that Phillipp is playing a very dangerous game with the privileged information he is getting: building back-channels of corruption and even blackmail to bankroll his own personal and highly suspect financial plans.
It is a world of workaday commerce, and identikit business hotels: Yella intends at the beginning of the movie to work for a company making steering modules for Airbus. Yet the sheer, industrial ordinariness of it all has something perversely sexy and is a coolly effective counterpoint to Yella's psychological tumult and her uneasy sense of ill-omen. Petzold's resolute control and steady, shrewd gaze, on scenes unfolding under huge, featureless Northern European skies, establish an atmosphere of agoraphobic menace: a sense of exposure to something just behind an innocuous-seeming horizon…

Session 9 – Brad Anderson

Brad Anderson riesce a farti impaurire, senza mostri ed effetti speciali. 
il film si svolge in un ex manicomio e tutti i personaggi ne vengono colpiti.
la storia somma elementi per tutto il film e alla fine, forse, si risolve tutto.
merita di sicuro - Ismaele


La sofferenza umana, gli esperimenti, il dolore dei malati, le possessioni, gli abusi impregnano l’aria, i corridoi, il buio, il vuoto, i muri di un vecchio ospedale psichiatrico abbandonato, nei pressi di Boston. Una squadra di cinque operai della Hazmat Elimination Co. vince l’appalto per alcuni lavori (da completare in pochissimi giorni), preliminari alla ristrutturazione del manicomio. Lo stress della scadenza, le debolezze psicologiche e i problemi irrisolti dei cinque protagonisti accentuano lavulnerabilità del team e innescano l’orrore. Tra presente e passato. Tra architetture inquietanti e labirinti mentali. Brad Anderson e il suo cast di attori (eccellente la performance di Peter Mullan) costruiscono una suspense densa ed efficacissima, sollecitando il versante emotivo e intellettuale del genere. Un ottimo esempio di “old style” horror che maneggia, con competenza, la pazzia, i luoghi e i corpi.

Passato quasi del tutto inosservato dal pubblico e girato con un budget limitato, Session 9 è uno di quei rari film horror che riesce a spaventare lo spettatore dall’inizio fino alla fine senza quasi mai annoiare. Non ci sono effetti speciali, non ci sono mostri né serial killer on the loose. C’è soltanto un edificio abbandonato che esiste realmente, il Bonner Medical Building di Danvers, e le sue stanze piene di tristi ricordi di un’epoca andata. Quello e poco altro. Ma quel poco che c’è si incastra magicamente costruendo un puzzle diabolico e disturbante, in grado di accalappiarsi la nostra attenzione e, al momento opportuno, anche di giocare con le nostre paure.
Mentre la storia si apre in maniera lineare e fluida, l’accadere degli eventi innesca una trama fitta, densa di colpi di scena, saltando da un personaggio all’altro. Una scelta narrativa indispensabile per creare suspense e per delineare il profilo emotivo dei protagonisti, ma che finisce per confondere lo spettatore verso la fine del film, dove l’intreccio si snoda in una parabola ascendete di orrore. Un orrore di cronaca fin troppo attuale, che inchioda alla poltrona e disturba lo spettatore nella sua perversa e ineluttabile determinazione...

Session 9 è capace di scavare nella psiche dei suoi protagonisti, e facendo questo scava anche in quella degli spettatori. I cambi di prospettiva sono molteplici, e si arriva agli ultimi cinque minuti della pellicola col timore di essersi persi qualche dettaglio importante e di non aver capito nulla. Ed invece no, perchè è tutto lì davanti, viene spiegato tutto e tutto appare credibile e follemente lucido nella sua parziale ed innata irrazionalità. Un capolavoro, dunque? No, perchè a ben pensarci si tratta di una vicenda dai connotati derivativi e risalenti al classico Shining diStanley Kubrick: il personaggio con problemi psichici ed il costante ed inesorabile aggravarsi delle sue condizioni, ed un luogo le cui mura sono imbevute di storie macabre, iniettate di dolore e follia…

domenica 24 giugno 2012

Detachment - Tony Kaye

un miracolo che venga fatto un film così e che arrivi nelle nostre sale.
una storia nella quale confluiscono tante storie terribili, con molte ombre e qualche sprazzo di luce.
un film che parla di scuola senza troppe speranze
e poi c'è un bravissimo Adrien Brody, che mi ricorda Giorgio Gaber da giovane, e anche Erica, una ragazzina che riesce a sorridere.
da non perdere - Ismaele




…Triste, poetico, pluripremiato, “Detachment – Il Distacco” è un film duro e difficile, che non lascia spazio alle illusioni e all’ottimismo. Attraverso uno stile documentaristico e realista, la pellicola di Kaye, ci mostra le gravissime falle del sistema scolastico pubblico americano nonché le ripercussioni disastrose e tragiche che questa falle hanno sugli studenti, sui ragazzi ma anche sugli insegnanti di queste scuole ridotte ormai alla totale deriva.
Adrien Brody (eccellente), con volto sempre triste e contrito, è la guida di questo viaggio faticoso e doloroso in cui non c’è più posto per i sogni o per le speranze ma solo per la rabbia, la cattiveria, la sofferenza e talvolta, purtroppo, anche la resa. Il lieto fine, insomma, è lontano anni luce: non lo cercate neppure se andate a vedere questo film.
Il trailer: ingannevole. Rende il film più “leggero” di quel che è.

…The beauty of this movie comes within the subtext, whether you can directly relate with the characters or not, the movie takes the message and widens its range so everyone is able to understand the actual meaning of the film. Let's clear things out, this film is not about a school or the basis of education, this is about trying our best not to give a damn about others as most of us just go around doing everything in our power to be happy ourselves with a lousy job, a loveless marriage, a constant sense of abandonment or basically a crappy life (all of the above portrayed marvelously in the film)…

Lo stranito Henry Barthes (Adrien Brody, poveraccio) insegna letteratura in un high school. Se gli studenti sono criminali in erba, i genitori sono anche più maneschi e strafottenti. Tony Kaye finge di mettere sotto accusa il sistema educativo americano, ma è più interessato a scimmiottare l’incolpevole Camus, raccontando un patetico “étranger” made in Usa. Intellettualismi a non finire, sostanza filosofica (e cinematografica) nulla.
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È intriso di profondo pessimismo e malinconica poesia questo film diretto dall’eclettico artista britannico Tony Kaye. La consapevolezza lucida e amara di un destino ancorato al dolore è scandita dalle parole immortali di scrittori con cui il supplente spiega la vita ai ragazzi e incarnata nello sguardo triste e lontano di un Adrien Brody sempre superbo. L’intero cast è all’altezza di una sfida impegnativa: cogliere le falle del sistema di istruzione americano e le tragiche conseguenze che si riverberano sulle vite di insegnanti e alunni. Il regista le ritrae in maniera non convenzionale, percorrendo la strada di uno stile personale e riconoscibile, con un avvio da documentario – con inserti di interviste video a docenti che imprimono un effetto di realismo – e uno svolgimento via via più drammatico. Notevoli anche le soluzioni visive, con il contrasto tra il bianco e nero degli inserti iniziali e una fotografia dai toni caldi. Quando poi le immagini parlano all’unisono con la musica, la magia del cinema è compiuta e arriva dritta al cuore…

Barthes dal suo arrivo a scuola si rivela un professore giusto nel posto giusto: sa prendere i ragazzi, da loro stimoli opportuni, diventa in pratica il punto di riferimento di cui hanno bisogno. Come l'altrettanto bravissimo prof. Dunne, interpretato dal grande Ryan Gosling nel troppo poco conosciuto (almeno in Italia) "Half Nelson", l'insegnante Barthes ha una vita privata piuttosto grama. Non che arrivi a fumare crack come il suo collega ma è amareggiato dalla salute malferma del nonno materno e soprattutto ossessionato dal ricordo della madre, morta suicida quando lui era ancora un ragazzino, forse spinta al tragico gesto proprio dal genitore (il film è pieno di flashback che a poco a poco ricostruiscono questo passato pesante)...
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L'abilità di Tony Kaye è quella di mettere a fuoco un argomento per parlare di (un) altro: mentre si concentra sulla scuola, lascia emergere il passato di Henry e mentre analizza la sua figura ed i suoi comportamenti ecco delinearsi la descrizione di un intero sistema scolastico in rovina ed ancora mentre il trauma del professore viene portato alla luce, esplodono le crisi dei suoi giovani amici e studenti.

Lo stile adottato è composito, intervallando la narrazione con le dichiarazioni di Barthes rilasciate davanti alla telecamera di un suo studente ed integrando con le fotografie dell'artista in erba Meredith eloquentemente da lei rielaborate.

La metafora della crisi interiore del protagonista, che si rispecchia in quella profonda della scuola americana, senza apparente futuro, è quella evidente di un'intera nazione, in cui pochi maestri hanno poco da insegnare ad ancora meno disposti discenti. Ma Kaye stavolta lascia comunque aperta una speranza, nell'ultima scena riconciliatoria, in cui il professore sembra intenzionato a riannodare i pochi fili ancora rimasti.

Grazie alla bravura degli attori – dominati da un magnifico e scisso Adrien Brody, per non parlare di un ritrovato James Caan - ed alla sensibilità di un regista alquanto originale, ma non a caso inglese, quindi lucidissimo in quanto extra-statunitense, la storia di Detachment è destinata a commuovere ed affascinare gli spettatori - speriamo non pochi - che vorranno avventurarsi nella visione di un film che nella sua intensità non fa sconti a nessuno.

'43-'97 - Ettore Scola

sabato 23 giugno 2012

Rundskop - Michael R. Roskam


me avevo letto qui la prima volta, e, visto che il cinema del Belgio spesso mi sorprende favorevolmente, l’ho visto ed è proprio un gran film.
Jacky ha un corpo di gigante malato e un carattere da ragazzino, e ti scopri a "fare il tifo" per lui.
e poi Matthias Schoenaerts, il protagonista Jacky, assomiglia a Ryan Gosling, e la scena dell’ascensore potrebbero scambiarsela.
e se dopo questo film mangerai meno carne starai solo meglio:)
da non perdere, non te lo dimentichi facilmente - Ismaele





Bullhead di Michaël R. Roskam è uno di quei film assoluti, uno di quelli che ti stordisce e difficilmente riesci a liberartene. Sound Effect sul pulsantone a pressione: SBAM.
Un film duro ma estremamente seducente nel suo essere cupo e spiazzante...
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...L'impianto narrativo che richiama al thriller è un esile schermo dietro al quale si nasconde la sofferenza di un uomo costretto a rincorrere il passato che sembra volere chiedere il conto, immerso nel suo abbrutimento nel quale c'è spazio solo per una sopravvivenza squallida. Anche quando Jackie sembra cercare uno spiraglio di luce, il suo destino appare inesorabilmente segnato, ed è un fato in cui non c'è spazio per cambiamenti , non c'è neppure una fessura per lasciare passare l'amore(malato): la sua è una esistenza che ha ormai, da anni, da quando bambino la violenza si è abbattuta su di lui, solo il colore buio e l'odore marcio…

Rundskop (o Tête de bœuf, ovvero Bullhead) è "una tragedia grottesca sulla sorte e come le nostre vite a volte sono determinate da eventi sui quali non abbiamo alcun controllo. È un film su cosa accade quando le persone sono spinte all'estremo. Non si tratta di indiani e cowboy, di Bene e Male, ma del meccanismo per cui eventi apparentemente piccoli a volte possono avere conseguenze enormi per chi viene coinvolto. Il destino di queste persone è anche il nostro destino."  Così il regista e sceneggiatore esordiente…

You do not have to be Belgian to appreciate and be an admirer of this movie. The way it is told, filmed and performed are Oscar worthy....
This the incredibly sad story of Jacky, a farmer who's whole life will be turned upside down following a dramatic and traumatising event in his youth....making him the man (or what's left of it) he is today!
It handles in a very realistic way the animal (cow-bull) drug and hormone maffia and its traffic. Following the lives of several people who are directly affected by it.
The two stories, one the telling of Jacky's way to deal with his trauma and how he suffers from it, how it affected him and the other about the hormone traffic are brilliantly melt together to a story that will leave no one insensitive!!

Bullhead is an extremely intense piece of cinema that includes a fairly bloody and hard hitting elevator sequence that rivals that infamous scene from Drive. With an incredible performance from Matthias Schoenaerts, gorgeous camera work, and a huge injection of originality, Bullhead should not be missed by anyone especially those who are looking for something different when it comes to movies. This comes highly recommended for those who enjoyed Animal Kingdom, A Prophet, Drive, and/or Bronson…

Sur le plan technique Michael R. Roskam a réalisé un travail d’orfèvre. Nombreux sont ceux qui auraient fait évoluer leur film vers le grandiloquent, le spectaculaire, surenchérissant à chaque nouveau plan dans le choc, pas Roskam. Le réalisateur tient son fil directeur et ne déviera pas d’un centimètre jusqu’à la fin. C’est sans doute ce choix d’une intelligence imparable qui rendra Bullhead encore plus malsain, encore plus profond. La mise en scène froide qui n’est pas sans rappeler un certain cinéma scandinave (la trilogie Pusher de Nicolas Winding Refn dans ses grandes lignes) plonge le spectateur dans un univers d’une tristesse infinie. Le scénario prend le temps de s’installer et même si certains comportements paraîtront inadaptés sur le moment, il faudra simplement prendre le temps de déguster un film qui ne laisse rien transparaître dès les premières secondes…

Il messaggio è forte di una brutalità che, anziché affrontare la realtà a viso aperto, si diffonde capillarmente lungo le trame di un’impresa criminale, sfogandosi segretamente nelle retrovie, come un toro che scalcia in un recinto abbandonato. La tragedia non ha voce per urlare, e così batte i colpi come un animale, tentando un impossibile scampo da una condizione che opprime e che, purtroppo, non può cambiare. In Bullhead l’impulso naufraga nel nonsenso, nell’inutilità, nell’autodistruzione: la ragione abbandona il campo e prende il largo, non prima, però, di aver visto spuntare i frutti della disumanità e dell’assenza di pensiero. Peccato che, nel film, il messaggio rimanga impantanato nel groviglio di un racconto che inciampa nella propria complessità, e che, nella sua discontinua lentezza, denuncia la difficoltà a convertire cinematograficamente l’intricato sviluppo della storia…

Cinema totale - René Barjavel

letto da poco, pubblicato nel 1944, durante la guerra, prevede e immagina come si evolverà il cinema, a oggi molto resta da fare.
"Cinema totale"si trova solo a metà prezzo, nei remainder.
"Cinema totale", in versione francese, si trova qui
una lettura davvero interessante - Ismaele




L'uscita di questa prima traduzione italiana costituisce un evento editoriale di particolare importanza, in quanto il saggio, nonostante il tempo passato, appare di estrema attualità. L'autore vi traccia le prospettive del futuro: dopo il muto e il sonoro, verrà il tempo del colore, del tridimensionale, dell'olografico, del film senza pellicola, del "cinema delle onde". Barjavel ha saputo anticipare quello che oggi si comincia a sperimentare negli Stati Uniti con la distribuzione centralizzata via cavo dei film, non più su bobine di pellicola, ma con registrazioni digitali. Si può dire che il cinema totale previsto e descritto in maniera visionaria e apparentemente utopica da Barjavel è oggi ormai prossimo alla realtà.

E’ curioso come siano riscontrabili, nel libro dello scrittore di fantascienza René Barjavel Cinema totale. Saggio sulle forme future del cinema e nel saggio del critico cinematografico André Bazin intitolato “Il mito del cinema totale”, due espressioni molto simili per formulazione e assolutamente identiche nella sostanza. Barjavel scrive “il cinema non esiste ancora” [1], mentre Bazin puntualizza che “il cinema non è ancora stato inventato” [2]. I loro testi furono pubblicati negli stessi anni; il primo nel 1944, sebbene fosse stato ideato nel decennio precedente, il secondo nel 1946. Quello che è sconcertante è il fatto che essi non sembrano tenere presente che la storia del cinema in quegli anni era già abbondantemente avviata e già poteva contare un altissimo numero di ‘capolavori’.
Evidentemente i due francesi intendono per cinema qualcosa di differente rispetto al significato che la parola ha tradizionalmente assunto. Sembrano infatti mettere in discussione la forma egemonica del lungometraggio narrativo di finzione, che prese il sopravvento con la nascita della Hollywood commerciale snaturando, sembrano dire, entro certi limiti, il senso stesso della nascita del cinema. Effettivamente i primi esperimenti cinematografici e anche precinematografici sembrano volti, più che a produrre storie di finzione, alla creazione di dispositivi che permettano agli spettatori di vivere un’esperienza realistica...
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“Le cinéma subit depuis sa naissance une évolution constante. Elle s’achèvera lorsqu’il sera en état de nous présenter des personnages en ronde bosse, colorés, et peut-être odorants; lorsque ces personnages se libèreront de l’écran et de l’obscurité des salles pour aller se promener sur les places publiques et dans les appartements de chacun. La science continuera de lui apporter de petits perfectionnements. Mais il aura atteint, en gros, son état parfait. Cinéma total.”
René Barjavel, cinéma total, Denoël, paris, 1944

da qui


Conoscevo già questo testo e la cosa più sorprendente è la capacità visionaria di questo autore che è riuscito fortunosamente a pubblicare il volume nel 1944 durante l’occupazione nazista. Il perseguimento del sogno mai realizzato dei primi pionieri del cinematografo e dei teorici dell’opera d’arte totale anima la passione di Barjavel.
Nella prospettiva del cinema totale la questione dell’insegnamento del cinema nel curriculo delle scuole di base non può che inserirsi come nodo fondante. In una società che si nutre di cinema anche i governi, sostiene l’autore, dovrebbero preoccuparsi di organizzare professionalmente e istituzionalizzare l’insegnamento del cinema. Ne va dello spirito della nazione. Se milioni di persone ogni sera si alimentano di cinema allora sarà il caso di permettere loro una sana alimentazione ed evitare che si ingozzi di “cinepanettoni”. La forza, che è un limite allo stesso tempo, di questa riflessione è il fatto di considerare il cinema come esperienza totalizzante dell’esistenza umana. 
La questione dell’insegnamento del cinema è più che mai attuale e forse oggi più di ieri ci sarebbero le condizioni sociali e tecnologiche per renderla concreta...
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venerdì 22 giugno 2012

Il dittatore – Larry Charles

un po' Borat, l'estraneo che arriva in Usa, e vede e racconta molte cose che non vanno.
all'inizio sembra ispirato a Gheddafi che arriva a Roma, poi ce n'è per tutti.
battute spesso divertenti, anche più, ma nel complesso mi è sembrato un film un po' deludente, rispetto alle attese, nel senso che spreca e si adagia troppo.
visto a pochi giorni da "Red State", capisci che "Il dittatore" è intrattenimento e "Red State" e cinema politico.
ma una visione "Il dittatore" se la merita di sicuro - Ismaele




Leader e sosia, a cui è sempre destinata una pallottola, l'attore inglese sceglie un'altra identità e si permette di volare sopra il cielo di Manhattan alla ricerca della barba perduta e producendo umorismo intorno all'undici settembre. E dopo la finestra sul ‘cortile' di Ground Zero del broker di Spike Lee, Baron Cohen sceglie un punto panoramico più ‘sensibile' da cui guardare l'America come rappresentazione dello spazio occidentale, sferzando gentili, arabi, ebrei, indiani, siriani e qualsiasi altro genere di etnia secondo le regole della sua poetica e alla maniera di Peter Sellers. Egoista ed egocentrista, il dittatore di Baron Cohen fa tutto quello che gli passa per la testa, è un incubo per il prossimo, la pallottola a lui destinata colpisce sempre qualcun altro e lui si limita a prenderne atto e ad andarsene, libero di licenziare, giustiziare, torturare, stuprare, dichiarare guerra. Ebreo ‘gentile' fuori dal set, l'attore archivia il reduce orfano di Hugo Cabret e recupera la modalità violenta, una sublimazione di istinti aggressivi che vengono ridotti a irresistibile momento ludico e demenziale. 
La comicità di Sacha Baron Cohen è una faccenda paradossalmente seria che scarica il dolore del mondo, esorcizza il male, avverte in anticipo le paure dominanti scherzandoci sopra e dando loro una forma e un nome, soddisfa le esigenze emotive del pubblico pescando il riso dal ‘basso' ma radicandolo nello spirito.

Chaplin irrideva e triturava il presente, Kurosawa ricordava e intrepidamente dava vivacità al mondo circostante mentre Larry Charles (e l’alter-ego che diventa partecipe di se stesso) schiuma rabbia con fugacità irrisolta e maestria un po’ rabberciata. Certo i confronti sono irriverenti (se ne rende conto benissimo chi ha visto il film e ne scrive) ma per smuovere veramente le acque si deve andare fino in fondo con una risata piena e un gioco di smarco ficcante e portentoso senza aggiungere manifestazioni (per carità gustose) e risvolti deretani, eiaculanti e fortemente puzzolenti. Il trash arriva in un tempo ristretto (appena non te ne rendi conto appare fuori dalla finestra) e sfacciatamente si appropria del tutto…

...Rimanendo in tema di terrorismo, “Il dittatore“ non è altro che un attentato al perbenismo, che prende di mira i  benpensanti, quelli che comunemente in Italia chiamiamo i moderati, strappando la risata in una esplosione di situazioni comiche e grottesche, superando molte volte il limite della decenza. Ovviamente la lettura che si può dare della pellicola è su più livelli. Se andate al cinema per la risata facile non rimarrete delusi, ma se andate oltre l’apparenza, nel lavoro di Sacha Baron Cohen potete trovare anche qualche cosa di più: riflessioni sull’attuale situazione mondiale, che fanno scattare inevitabilmente quel riso (ahinoi!) amaro. Con quest'ultimo lavoro, Baron Cohen ci fa dimenticare il poco riuscito "Bruno" e ritorna alle gag di "Borat", avvalendosi anche di un grande cast, con nomi del calibro di sir Ben Kingsley e Anna Faris, che qui interpreta la bella di turno con tanto di ascelle pelose…

Non bastano un comico dalle capacità comunque notevoli e un personaggio radicalmente scorretto a fare un buon film. Lo dimostra in maniera piuttosto evidente la nuova collaborazione tra il regista Larry Charles e la star Sacha Baron Cohen. Il dittatore è un lungometraggio in cui si possono trovare una grande quantità di scene divertenti, di battute corrosive, di situazioni che possono far sorridere a denti stretti oppure far gridare all'insulto. Eppure questi fattori messi insieme tra loro non riescono a comporre un film convincente, soprattutto perché basato su una sceneggiatura troppo fragile…

…Il grosso interrogativo a priori era la tenuta complessiva della trama nella prima prova completamente di finzione di Cohen. Ci sono effettivamente sketch - anche fantastici come quello dell'elicottero - che sono abbastanza a sé stanti (pronti per YouTube, per così dire) e interrompono lo scorrimento narrativo. Ma giunti alla fine del film si vede come il quadro formato sia abbastanza coerente - e più che un quadro è uno specchio in cui ridendo vediamo riflettersi nel grottesco di Wadija le nostre democrazie svuotate di senso (democrazie de-democratizzate come un caffè decaffeinato, dice Slavoj Žižek).
Certo, dalla recitazione di Cohen si poteva sperare di più (il sosia è un'occasione sprecata) e la regia si limita ad essere funzionale alla sceneggiatura - la bellezza del movimento di macchina, dell'inquadratura, la raffinatezza del montaggio vanno ricercate altrove…

giovedì 21 giugno 2012

Red State – Kevin Smith

inizia come una piccola avventura, si entra nel tunnel dell'orrore e della paura, si confrontano due estremismi totalizzanti, la conclusione è amara e disperante, vince la ragion di stato, perdiamo tutti quelli che guardano il film, dal tunnel, per noi, non sembra esserci uscita. 
merita - Ismaele


Rapido, adrenalinico, psicotico. E politicamente scorretto, come la verità manipolata e professata dal pastore Cooper e le risoluzioni discutibili della polizia federale disposta a tacciare di terrorismo i membri della setta pur di giustificarne l’eliminazione in massa. Un film che non fa sconti a nessuno, mettendo a confronto la lucida follia che si cela spesso dietro un’apparente normalità e la folle lucidità che può spingere le forze istituzionali a prendere decisioni estreme, non meno fondamentaliste del fondamentalismo che dovrebbero contrastare.
Nel suo film, che prende il titolo dalla contrapposizione tutta americana tra red e blue States, ovvero tra stati repubblicani e democratici, Kevin Smith prende in mano l’artiglieria pesante e cancella così la tradizionale divisione tra buoni e cattivi, invitando il suo pubblico a non abbassare mai la guardia. Mettendo insieme indimenticabili declamazioni della Bibbia a suon di proiettile e inquietanti omicidi efferati, con un lieve tocco di umanità affidata al grande John Goodman, alle prese con un personaggio in conflitto pieno di sfumature. Compreso un humor fulminante e irriverente che ricorda i fratelli Cohen e che fa di Red State un film di genere, impossibile da ricondurre sotto un’unica, soddisfacente etichetta.

è un’opera nichilista, cattiva e incredibilmente lucida, che non risparmia nessuno. neppure lo spettatore. è un’opera piccola così, ma ha cose davvero interessanti da dire…
Red State se da una parte pone l'indice su tutte le storture che possono derivare dai fanatismi religiosi e dai sedicenti predicatori in grado di creare delle vere e proprie sette, d'altra parte critica ferocemente anche la ragion di Stato che in nome della sicurezza nazionale passa come un rullo compressore su tutto e tutti.
Non importa che dentro ci siano bambini o prigionieri. Bisogna uccidere tutti e non avere testimoni. E questo è antiterrorismo o strage di Stato?
Forse in questo senso va letta l'ambiguità del titolo, oltre che del finale. Lo Stato Rosso è quello che impone la sua logica costi quel che costi.
Fa rima con dittatura fisica e ideologica…

Wichita – Jacques Tourneur

un western strano, per quei tempi, era il 1955, e molto bello.
Wyatt Earp è uno tranquillo e ragionatore, bella sceneggiatura e ti dispiace che duri solo 81 minuti, ma ne valgono la pena - Ismaele


Bellissimo western di Tourneur. Gli anni di apprendistato di Wyatt Earp a Wichita prima di andare nella famosa Dodge City dove avverrà la storica sfida all'Ok Corral.
Earp è uno dei personaggi mitici del vecchio west: uomo integerrimo e tutore intransigente dell'ordine. Ha ispirato molti film (il migliore rimane il capolavoro di John Ford "Sfida infernale"), di cui questo è senza dubbio uno dei più riusciti.
La vicenda viene narrata in modo serrato; gli attori sono perfetti... e alla sceneggiatura lavorò Sam Peckinpah. Cosa si vuole di più?

Wyatt Earp (McCrea) arriva a Wichita (Kansas) e accetta controvoglia di fare lo sceriffo, ma nell'adempimento dei suoi compiti si inimica i notabili locali che assoldano sicari per eliminarlo. Dopo una serie di rovesciamenti di campo e di conflitti a fuoco, Earp si sposa e parte verso Dodge City, un'altra città "da ripulire". Penultimo dei 6 western di Tourneur, e uno dei suoi migliori: sdrammatizzato, pur nella complessità dell'intrigo (scritto da Daniel B. Ullman), affollato di personaggi, sobrio nel suo rifiuto del manicheismo e puntato sulla descrizione di un ambiente più che sull'esaltazione dell'eroe che, come spesso succede nel cinema di Tourneur, conta per la sua dignità: ruolo che si addice a McCrea e alla sua calma un po' malinconica…

Jacques Tourneur's first and best film in CinemaScope (1955) is also one of his strangest westerns, though the basic materials--from the Tex Ritter theme song to the Daniel B. Ullman script, in which Wyatt Earp (Joel McCrea) becomes the reluctant marshal of Wichita--are pretty standard, as is the secondary cast. What Tourneur brings to the story is both visual and metaphysical: distinctive compositions, sets, and interplay between background and foreground; shockingly abrupt and arbitrary violence from raucous cattlemen; an eerie sense of Earp as an angel of death who, like the villains he sets out to disarm, can't act otherwise or escape his destiny; and an interesting commentary on capitalism whereby the hero upsets the town's leaders by outlawing all firearms except his own, which is bad for business.

For that matter, few other Westerns can touch the raw nerve and intensity of this film. It forces us to look at the ambiguity of enforcing the law in America. It goes right to the heart of the fear over crime that still prevails in a country reeling from too much crime and trying to get its act together while confused about how to make the law work without turning the country into either a police state or working only to the advantage of the business community or becoming so wishy-washy it satisfies only the criminal element…