giovedì 31 maggio 2012

Démanty noci (Diamanti nella notte) - Jan Nemec

un film d'altri tempi (è un complimento), storia di una fuga, della paura, della morte, di due ragazzi innocenti,  in un bianco e nero senza troppe parole che non si dimentica - Ismaele


…Fuga esteticamente fascinosa, interiormente cruenta; tentativo volitivo, subitaneo eppure ignavo: i condannati a morte sono in fondo immobili, inermi di fronte al cacciatore. Fuga meravigliosamente girata tra le foreste ceche, paludose, insicure ma bellissime. Lungo solo 64 minuti, essenzialmente muto, Nemec compie un'elaborazione a metà tra il surrealismo e l'oggetto filmico bressoniano. Quando una delle due figure centrali sarà costretta a soddisfare un bisogno alimentare, si troverà di fronte al bivio: uccidere, non uccidere. Qui sta la geniale intuizione di Nemec: rappresentare una morte che non è mai avvenuta. Il fuggiasco non ucciderà sul serio, nel reale, la generosa donna; la di lei morte avverrà solo in sogno, nell'irreale. Più avanti, l'intuizione viene ampliata: Nemec preconizza la morte dei due fuggitivi, oramai catturati nuovamente dalle forze nemiche. In questo caso, si va oltre al concetto di morte irreale: vi si trova quello di morte come pura percezione, espressione materica, la morte in funzione prolettica…

I love this movie so much because it relates an experience of life that I may have dreamed, or an experience of life that I didn't dream but that's how I would dream it. Two escaped inmates of a Nazi concentration camp run from their unseen captors, in the end we see the captors and director Jan Nemec (in a masterstroke of irony, his last name translates to "German") is saying all manner of beautiful things, about innocence torn asunder and about the regenerative cycle of life, about things that will happen again as they did because that's the way of nature. I like it so much because it suggests things about stakes and games, in this case the hunt is the game and human life is the stake, and a game without stakes is no game at all. If the players don't stand to lose something, the game is a game not worth playing, and if the players didn't enter the game of their own accord, as seems to be the case here, yet we find them on the game table does that mean they are not there by some other accord? I adore movies that deal with fatalism in dreamlike terms and Diamonds of the Night does that…

This is a rather unique film about the holocaust, it rarely shows the familiar iconography (as soon as you know it is about the holocaust you don't really need to show certain events as an audience is already aware of the horror of the period) nor does it try and explicitly show the wider ramifications of the holocaust beyond the two protagonists. The film is practically wordless as we witness the two young boys escape a train bound for a concentration camp and then their attempts at surviving. It is a hard film to review as words can't really do justice to the experience…

There are few markers of the period, save for the jackets the boys wear emblazoned with KL (for Konzentration Lager/Concentration Camp) whilst their fellow prisoners where the more well-known striped uniforms. The Jewish-originated forenames Lustig gave his protagonists, Manny and Danny, are also removed, so subsequent press notes and reviews refer to them by number, itself perhaps a nod to the experience of concentration camp life or the mere fact the these boys and their plight stand for many for like them, lending the film a universality, transcending the boundaries of country and religion. Němec too subscribed to this wider theory, specifically choosing actors who were not Jewish for the roles. The last casualty of Němec's distilling is dialogue. Heavily present in Lustig's novel, where the boys share memories and stories with each other along the way, Němec's boys are almost always silent. The first line of dialogue comes thirteen minutes in, and the first conversation proper comes a few moments later. 
Given all these alterations, you would expect that Lustig may have been displeased with Němec's rather brutal approach to his material, but it remains the writer's favourite adaptation of his work, and it's easy to see why. Far from being dull and oversimplified, Diamonds is a visually and aurally dense work, and depicts those dark Holocaust years in a manner that's uniquely subjective and deeply personal, in a different way to documentaries and eye-witness testimony. For all intents and purposes, we become the eye witness to the story, learning the shape of the narrative as it goes along. Sometimes, it feels like we are the third escapee, thanks to cinematographer Mirsolav Ondříček's handheld camera work. At times, our closeness to them is almost unbearable…

Nemec creates an incredible stripped down film that explores his characters state of mind rather than follow a traditional storyline.  There is little to no dialog at all, relying on the characters thoughts and actions as well as the handheld camera that intimately follows the two unnamed youths as they trek endlessly through the woods.  Quick flashbacks and other surrealistic images are often shown, and scenes are frequently repeated with different outcomes.  These non linear sequences are used to represent their thoughts and memories, products of both hallucinatory fantasy and an unforgiving reality.  They give a real sense of the terrifying physical and mental ordeal they face in their struggle for life.  Along with these visions, sound is also used to heighten this harrowing mood, with exaggerated sounds of rain, footsteps, gunshots and in one particularly disturbing sequence, the awful sound of mouths chewing that echo like in a brutal nightmare…

mercoledì 30 maggio 2012

Pilgrimage - Werner Herzog



The film begins with an opening quote by Thomas à Kempis which is a fake quote invented by the filmmaker himself.
da qui

martedì 29 maggio 2012

Le montagne blu (Tsisperi mtebi anu daujerebeli ambavi) – Eldar Shengelaya

del 1984, divertente e amaro, assomiglia a qualche film italiano comico d'ambiente ministeriale degli anni '60, con Totò o Manfredi.
vale la pena di trovarlo e vederlo, fa ridere, ma non solo - Ismaele


In 4 quadri e con epilogo si narrano le tragicomiche peripezie di uno scrittore georgiano che cerca inutilmente di far pubblicare il suo ultimo romanzo Montagne blu. Nel palazzo tutti, impiegati e dirigenti, hanno qualcosa d'altro da fare, mentre crepe minacciose fanno breccia nei muri finché l'edificio crolla. Nell'epilogo lo scrittore entra in un edificio nuovo, ma comportamenti e rumori sono gli stessi. Pur con smagliature tra il 2° e il 3° movimento, Shengelaya approda a una satira feroce e divertente, animata da una piccola folla di personaggi schizzati con brio. Conferma, a ritroso, come il cinema georgiano sia stato il più vitale e spregiudicato delle repubbliche sovietiche.

E' un'efficace satira del mondo del lavoro sovietico, soffocato dalla burocrazia e dai comitati, come pure popolato da impiegati e funzionari svogliati e inconcludenti. Il tono è leggero e ironico, sicché il film non scade mai nella farsa (grande pregio, questo), ed è portato avanti con inventiva e fantasia. Si potrebbe anche dire che la vicenda inizia con una certa serietà, ma si fa via via più ironica col crescere delle lungaggini e delle difficoltà, fino a diventare praticamente comica quando si raggiunge l'assurdo verso la fine. Lo strapotere della burocrazia - che non garantisce nulla ma ostacola solo il lavoro - e l'irraggiungibilità della meta sono elementi che ricordano molto da vicino i testi di Kafka. Lo stesso si può dire dell'idea che in teoria la trafila burocratica è percorribile e conduce alla meta, in pratica però non ci si arriva mai e ci si perde nel dedalo delle procedure. Se queste sono già di per sé farragginose, dall'altro lato vi sono impiegati che non hanno voglia di lavorare, e temporeggiano come possono con l'obiettivo di non fare il lavoro affatto. Il buffo è che inizialmente tutti dicono al povero scrittore che avrebbero letto il testo da approvare senza indugio, anche se dimostrano fin da subito col modo di fare che non sono affatto ansiosi di leggerlo: chi lo dimentica da qualche parte, chi lo presta a qualcuno, chi non ha tempo, chi è subissato da inutili riunioni e inutili telefonate, chi è sempre assente...

lunedì 28 maggio 2012

Quella casa nel bosco - Drew Goddard


Inizia come “Blair witch project”, un gruppetto di giovani amici che abbandona il conosciuto per l’ignoto, che poi conosceranno.
Mi è sembrato un “Truman show” cattivo, che finisce malissimo.
Bravissimi tutti, vorrei ricordare, fra i “vecchi”, Richard Jenkins (“L’ospite inatteso”), sempre bravissimo.
Un film da non perdere e l’etichetta horror è certamente riduttiva, è solo Cinema - Ismaele


…La casa nel bosco è infatti uno dei tanti luoghi del cinema horror. Topos inossidabile che guida la mappatura di una intera costellazione di cliché che vede in prima fila una manciata di ragazzi: la bella di turno  e il fidanzato macho, l'intellettuale e il buffone del gruppo, non da ultima la virginale final girl che solitamente possiamo individuare sin dalla prima inquadratura. Ma non solo:  il bifolco pazzo può colorire lo scenario, qualche raccapricciante orrore deve sempre essere dietro l'angolo. Ma non è questo il caso di essere semplicistici e sbrigativi perché "Quella casa nel bosco" è il gioco perverso che i "burattinai" Goddard e Whedon si divertono a inscenare per decostruire i trucchi che tutto il cinema di genere che li ha preceduti aveva edificato. Smascherando i meccanismi di un horror canonico forgiano un raffinato film-labirinto che sin dai suoi molteplici inizi si profila come la più complessa architettura dell'orrore nel nuovo millennio…

giovedì 24 maggio 2012

Au hazard Balthazar – Robert Bresson


Un film nel quale pensiamo di guardare Balthazar, ma credo sia lui a guardarci ( meno male per noi che non può parlare).
Qui non è la natura matrigna di Leopardi ma la cattiveria umana a segnare la vita e qualcuno, ho letto da qualche parte, associa il cavallo di Bela Tarr all'asino di Bresson come simboli universali della condizione umana. (da qui)



Marie mi sembra di (ri) conoscerla, breve ricerca e trovo che è Odetta in “Teorema” di Pasolini.


Alla fine del film mi ritorna im mente una poesia bellissima di Francis Jammes, intitolata
 “Preghiera per andare in Paradiso con gli asini”:

Quando dovrò venire a voi, mio Dio, fate che sia un giorno in cui la campagna in festa sarà piena di polvere.
Desidero, come feci quaggiù, scegliere un sentiero per andare, come a me piacerà, in Paradiso, dove ci sono le stelle in pieno giorno.
Prenderò il mio bastone e sulla grande strada andrò e dirò agli asini, miei amici: -Io sono Francis Jammes e vado in Paradiso, perché non c’è l’inferno nel paese del buon Dio.
Dirò loro: Venite, dolci amici del cielo blu, povere care bestie che, con brusco muovere d’orecchio, cacciate le vili mosche, le botte e le api.
Che io vi appaia in mezzo a queste bestie che amo tanto perché abbassano la testa dolcemente, e si fermano giungendo i loro piccoli piedi in modo cosi dolce e che ispira pietà.
Arriverò seguito dalle loro migliaia d’orecchie, seguito da quelli che portano al fianco delle ceste, da quelli che tirano carrozzoni di saltimbanchi o carri di latte e spolverini, da quelli che portano in groppa bidoni ammaccati, dalle asine piene come otri, dai passi rotti, da quelli a cui mettono piccoli pantaloni a causa delle piaghe blu e trasudanti che fanno le mosche ostinate che vi si ammassano intorno.
Mio Dio, fate ch’io venga a voi con questi asini.
Fate che in pace, degli angeli ci conducano verso ruscelli frondosi dove tremano ciliegie lisce come la pelle ridente delle ragazze, e fate che, chino su questo soggiorno d’anime, sulle vostre divine acque, io sia uguale agli asini che specchiano la loro umile e dolce povertà nella limpidezza dell’amore eterno.

Il film è un capolavoro, vi aspetta e non vi deluderà - Ismaele



… Soltanto Balthasar, il meraviglioso Balthasar che passa da una mano all’altra, da brevi condizioni di tranquillità alle violenze più dolorose e umilianti, risalta la purezza di un essere indenne dal maleficio umano. Egli percorre la strada del suo calvario registrando atti e eventi nella loro forma fenomenica, incapace di elaborarli e quindi di fornire loro una qualsiasi struttura di senso che non sia di pura reazione quando il legno si abbatte sulle sue carni. Mentre i personaggi con cui condivide la scena si evolvono mostrando un’ineliminabile inclinazione verso il degrado umano, egli viene ripreso nella sua stabilità assoluta dalla macchina quale estrema espressione di bellezza interiore e candore, impossibilitato a subire quei processi che segnano in modo indelebile la "migliore" creatura del cosmo.
Film di tristezza profonda e universale, Au Hazard Balthazar è costruito, secondo il più caratteristico stile bressoniano, sulla base di una assenza totale di drammaticità: la cifra stilistica del grande regista è una congegnata assenza di espressività dei personaggi che, guidati in modo magistrale, sembrano privi del mestiere della recitazione. Anche l’asse temporale del film si sviluppa secondo l’assoluta mancanza di sussulti che suggerisce la continuità di una esperienza eterna raccontata ben oltre i limiti della pellicola. La vita di Balthazar è fatta di frammenti che non arrivano mai al dunque e si consumano nel procedere sempre uniforme della sua vita. Anche le sue ribellioni alla insensata violenza dell’uomo sono solo sussulti decretati a ridimensionarsi nella predestinata sottomissione…
da qui


La radiolina, accesa in aperta campagna, rompe un incanto che durava da sempre. E' la fine di un'epoca: anche l'asino protagonista del film (l'asino Balthazar) viene ripetutamente dichiarato vecchio, inutile, sorpassato, ridicolo: fino alla sua morte, nel finale. L'asino di Bresson è l'ultimo testimone di un'epoca, e il nuovo che avanza è comodo e bello, ma è anche invadente, volgare, stupido, inutilmente rumoroso. Con lui, muore anche l'onesto maestro di scuola con i suoi princìpi all'antica e vincono il rumore, la volgarità, la violenza. Da noi, negli stessi anni, è Pierpaolo Pasolini ad accorgersi del cambiamento e a denunciarlo sui giornali e in tv: si tratta di piccoli avvenimenti, quasi banali, che portano qualche miglioramento nelle condizioni di vita ma che sono anche l’inizio di un cambiamento epocale che porterà alla scomparsa di una cultura millenaria.
Come Pasolini, col suo discorso sull'omologazione e la sua paura della tv, anche Bresson era in anticipo di quarant’anni e ha fotografato benissimo, da così lontano, i tempi che stiamo vivendo e dei quali la radiolina a transistor, che rompeva l'incanto del bosco e della campagna, era solo l'inizio, la prima crepa della frana che poi è smottata su di noi -la pubblicità, la volgarità, la stupidità dilagante. Sembra un paradosso, ma con internet e con l’elettronica oggi abbiamo molta più informazione di prima, e molto più accessibile, ma siamo sempre più ignoranti. Abbiamo buttato via una cultura vecchia come l'umanità, e tutti gli archetipi ad essa associati, per avere in cambio una radiolina qualsiasi, che trasmette soltanto dediche, canzoncine e (soprattutto) pubblicità. Ci siamo venduti l'anima: non per denaro o per conquistare il mondo, ma per una radiolina portatile…


If seen from an animalcentric point of view, both of these films give us an unrelenting portrait of the suffering we inflict upon the often invisible victims of our cruelty. Of course, as we watch these movies, or any movies that use animals, we can never forget that the animals who portray She and Balthazar are actors, but not by their free will. Their true stories will remain untold. This adds yet another level of depth to the understanding of the invisibility of animal suffering and exploitation that these films bring us.
But this is also another way in which these films remind us that invisibility is not inevitable. It is a pact between the exploiter and those who refuse to see, a pact which we are not obligated to enter into. When confronted with real footage of animal suffering, some of us refuse to watch. Some say that watching does not help. Some even say that it hurts, by making us feel so powerless. However, those individuals whose lives or deaths are being documented, the few among the innumerable who suffer in perpetuity, provide us with a glimpse into a reality that we have no right to decline to see. In the end I think that we owe them, at the very least, the very small gesture of bearing witness to their suffering…


Given this philosophy, a donkey becomes the perfect Bresson character. Balthazar makes no attempt to communicate its emotions to us, and it comunicates its physical feelings only in universal terms: Covered ith snow, it is cold. Its tail set afire, it is frightened. Eating its dinner, it is content. Overworked, it is exhausted. Returning home, it is relieved to find a familiar place. Although some humans are kind to it and others are cruel, the motives of humans are beyond its understanding, and it accepts what they do because it must.
Now here is the essential part. Bresson suggests that we are all Balthazars. Despite our dreams, hopes and best plans, the world will eventually do with us whatever it does. Because we can think and reason, we believe we can figure a way out, find a solution, get the answer. But intelligence gives us the ability to comprehend our fate without the power to control it. Still, Bresson does not leave us empty-handed. He offers us the suggestion of empathy. If we will extend ourselves to sympathize with how others feel, we can find the consolation of sharing human experience, instead of the loneliness of enduring it alone...



martedì 22 maggio 2012

Tutti i nostri desideri - Philippe Lioret

a me è piaciuto molto, anche a un paio di giorni dalla visione è un film che resta dentro. 
dopo "Welcome", molto bello, arriva questo, meno "facile" rispetto al precedente, ma altrettanto buono.
si mescolano diverse storie, e l'economia finanziaria che regge il mondo fa schifo ed è insostenibile. 
un altro mondo deve essere possibile, per non morire sempre più, ci leggo, anche.
non perdete Vincent Lindon, sempre uguale e sempre bravo - Ismaele


…La protagonista interpretata da Marie Gillain non è certo amabile, benché si provi estrema pena per questa figura di giovane donna granitica che paga un prezzo estremamente alto alla vita per il riscatto sociale che è riuscita a conquistarsi. Il suo personaggio è forse autentico ma eccede nell’assumersi sulle spalle tutto il peso del mondo, esagera nel proteggere ed infantilizzare chi la ama con bugie e omissioni, mettendo a punto i preparativi per la vita che sarà dopo di lei, cercando di andarsene senza fare rumore per non interferire nel corso regolare e fragilissimo della vita che lei stessa ha progettato.
Ciò che salva il film non sono tanto i personaggi, pur con le loro tenerezze ben calibrate da regia e sceneggiatura, bensì gli attori, innanzitutto Marie Gillain, capace di un notevole equilibrio recitativo e poi Vincent Lindon, a cui Lioret si è affezionato forse per quella fisicità paterna avvolta nell’irrinunciabile giaccone di pelle che rende la sua immagine così reale, così famigliare.

Quanta commozione e quanta sofferenza suscitano le vicende raccontate nel toccante film Tutti i nostri desideri di Philippe Lioret. Protagonista è Claire, un giovane magistrato che prende a cuore il caso giudiziario di Cèline, giovane madre citata in giudizio da un istituto di credito che la porta in tribunale per non essere in grado di restituire il prestito. Claire è anche una sposa felice e mamma di due bambini ma la sua vita viene sconvolta quando le viene diagnosticato un tumore al cervello non curabile. La sua forza e la sua determinazione la porteranno a lottare fino all'ultimo giorno della vita in difesa di Cèline, aiutata in questo da un altro magistrato, Stèphane...

…Quella zona grigia, eppure maggioritaria, della comune storia contemporanea condivisa, del reale “ad altezza uomo”, quotidiano eppure di capitale importanza per la comprensione del presente attraverso le arti, in Italia sembra essere materia quasi del tutto non investigata nella/dalla cinematografia. Quanto possa essere essenziale questo sguardo verso la semplicità dei fatti e quanto essi covino una potenza topica nel loro essere ce lo ribadisce l’ultimo lavoro di Philippe Lioret, Tutti i nostri desideri. L’opera potrebbe essere letta come una denuncia sociale contri gli istituti di credito e la speculazione capitalistica dei mercati odierni; come pure un affresco contemporaneo sulla moralità degli uomini, sui loro lampi di bontà e solidarietà in un mondo corrotto e spietato che essi ancora ostinatamente combattono; o ancora l’esigenza di lasciare un segno tangibile e duraturo sulla terra da parte di una donna che abbandonerà questo mondo nel volgere di qualche mese. Queste sono tutte interpretazioni in parte corrette e in parte no, viziate dal genere di letture che il nostro cinema ci porta puntualmente a elucubrare, nel quale le macro-tematiche lo fanno sempre da padrone, sia in sede di sceneggiatura sia per i luoghi narrativi esplorati sempre di grande caratura.
La verità su Tutti i nostri desideri è che l’opera di Lioret narra tutti i fatti sopra menzionati e se ne disinteressa al contempo, non approfondendo nessuno di essi in maniere combacianti con quanto di solito proposto dal nostro cinema…

toccherà a due giudici farsi carico del diritto di una madre di costruire un futuro per sé e i figli senza finire strangolata dal cappio degli istituti di credito.
E' questa ovvietà eroica a scardinare pian piano gli automatismi del potere e a conferire al suo cinema un tono straordinariamente sommesso. Peccato che la battaglia legale sulle clausole contrattuali delle banche appassioni poco, costringendo Lioret a giocare la carta della malattia terminale per far impennare il film. Un colpo basso che rischia di marginalizzare oltremodo il tema portante della vicenda riportandola sui binari del cinema ospedaliero.
Lacrime al netto di vere emozioni. E un sospetto di artificiosità che neanche l’immobile intensità di VincentLindon riesce a fugare.

lunedì 21 maggio 2012

Transsiberian - Brad Anderson

un film formidabile, con bravissimi attori e un grande regista.
si inizia sorridendo, ma si continua in un incubo senza fine.
chi si annoia in un film così si faccia visitare da un esperto.
a me è piaciuto moltissimo (e anche al 91% delle recensioni di Rottentomatoes).
non fartelo scappare, non ti deluderà - Ismaele



…Il mistero degli spazi attraversati dal treno nonché l'enigmaticità di una Russia in cui, come afferma il luciferino personaggio interpretato da Ben Kingsley, "Quando c'era il comunismo gran parte della popolazione viveva nell'ombra mentre oggi muore alla luce del sole" aggiungono fascino alla storia. Il treno poi, sin dalle origini del cinema (La grande rapina al treno, 1903) è un mezzo di trasporto del tutto congeniale alla costruzione di atmosfere di tensione. Se poi ci si aggiunge la menzogna grazie alla quale, come ricorda un adagio russo, si può andare avanti nella vita ma poi non si può tornare indietro, il gioco è fatto. Anderson sa condurlo magistralmente grazie anche al faccino innocente di Emily Mortimer…

non abbiamo paura di dire che con Transsiberian noi ci siamo entusiasmati. Un film compatto, tradizionale nella struttura: un viaggio in treno nelle lande innevate siberiane si trasforma in incubo per i suoi protagonisti. Quello che ci ha colpito è che, da questo punto di partenza, Anderson (anche autore della sceneggiatura) cava una pellicola che riaggiorna le situazioni, i topoi e le particolarità del genere giallo–thriller, imprescindibilmente guardando a Hitchcock e Polansky ma con il coraggio di autodefinirsi. Diciamocelo: benché prodotto per lo più dalla più grande casa spagnola di cinema thriller e fantastico, è chiaro che, dopo i successi dei film precedenti, Anderson aveva libertà di movimento…
…Ma Transsiberian, che a prima vista gli assomiglia concettualmente, è molto di più: il viaggio infinito di questo treno si sdoppia, anzi si triplica, attraversando parallelamente e simultaneamente almeno tre temi. Quello di uno Stato, la Russia, che dal crollo dell’URSS non è riuscita più a sentirsi Paese, con tutto quello che ne consegue; quello più strettamente cinematografico in cui la tensione viene continuamente rilanciata  con acume e sottile morbosità, soprattutto nella prima parte (poggiandosi sul fatto che noi spettatori sappiamo che ciò che stiamo vedendo nasconde sempre qualcos’altro); e quello di un viaggio nella debolezza caratteriale della protagonista, incapace di assumersi davvero le proprie responsabilità e che per non guardarsi in faccia preferisce percorrere la strada della bugia (però, come dice un impagabile Ben Kingsley, “con le bugie puoi andare avanti ma non puoi mai tornare indietro”). Non si può negare che Brad Anderson sappia sfruttare con ingegno le location che ha a disposizione e il disorientamento dell’americano medio in terra straniera a lui ignota, conferendo veridicità narrativa agli avvenimenti (cosa che talvolta in pellicole simili latita)…

Brad Anderson, già regista del riuscito Session 9 e dell'inquietante L'Uomo senza sonno, ci regala un’altra esperienza da incubo. Il treno che attraversa la Siberia è claustrofobico come solo l'Orient Express di Agatha Christie prima di lui. La sensazione che si avverte è quella di un viaggio attraverso lo spazio in cui il tempo non solo si è fermato, ma è tornato addirittura indietro, ai tempi in cui i banditi non erano il destino peggiore di un viaggiatore incauto.
Una leggera paranoia invade ogni spazio lasciato libero dall'immaginazione e presto i protagonisti dovranno fare i conti con le verità terribili che si celano sotto la leggera patina di normalità che ricopre la loro situazione. Il treno metafora e segno di un tempo che non è più, qua assume la valenza di ricordare a chi percorre il cammino per suo mezzo, che non sempre il progresso è cosa buona per chi si trova a vivere i momenti di transizione che lo accompagnano…

domenica 20 maggio 2012

Ne le dis à personne (Non dirlo a nessuno) - Guillaume Canet

un film da non perdere, con uno strepitoso Francois Cluzet (il paraplegico di "Quasi amici").
una sceneggiatura che non da respiro, un film che sa di film con Harrison Ford (specializzato in film di questo genere, in cui avviene di tutto e non si capisce molto e piano piano alla fine tutto sarà chiaro).
(Rottentomatoes lo promuove con il 93% di critiche positive,  Imdb gli dà 7,5)
nessuno resterà deluso, promesso - Ismaele


Appena finito di vedere questo giallo dalle tinte noireggianti fatto coi controcoglioni e diretto a meraviglia
il film è strutturato nel migliore dei modi e nella sua seppur importante durata (due ore belle piene) non annoia mai, attirando sempre più lo spettatore grazie allo sviluppo di una storia intrigante e mai scontata
bellissima anche la colonna sonora, dosata della giusta malinconia e perfetta accompagnatrice di un film tutto da scoprire.

Un thriller intricatissimo, dove emergeranno molte storie e di molti personaggi. 2 ore di continui colpi di scena fino all'ultimo frame, estremamente avvincente con una regia brillante, scene d'azione e non, attori ineccepibili. Canet ci sa fare, sia con le storie che con la telecamera, bello vedere che in Europa abbiamo registi con queste capacità...

Ne le dis à personne è un film che parte come una storia d'amore, prosegue come un giallo e si trasforma in un thriller a inseguimento con un perplesso protagonista  ben lontano dallo stereotipo dell'eroe hollywoodiano e molto più vicino a un personaggio di un film di Hitchcock, in fuga per dimostrare la propria innocenza.
E' ottimamente confezionato, con una fotografia notevole, un montaggio non asfissiante che sa dare il giusto respiro alle bellissime sequenze action(c'è un inseguimento a piedi che più friedkiniano non si può) , una regia che lavora ottimamente sugli attori e dosa i numerosi twists della sceneggiatura assimilando il film a una corsa a perdifiato,sempre sul filo del rasoio.
Il cast è assolutamente strepitoso…

sabato 19 maggio 2012

Destino cieco (Przypadek) - Krzysztof Kieslowski

Krzysztof Kieslowski è un maestro e qui si riesce a capire qualcosa del caso, che fa da protagonista in tutti i suoi film. 
il protagonista è Witek (il bravissimo Boguslaw Linda, che qui interpreta Stygma), che vive tre vite possibili, quasi un teorema sulle possibilità, forse non è perfetto, ma è grande cinema - Ismaele



Il titolo originale del film, in polacco, è Przypadek, cioè Il caso. In italiano, è stato tradotto in Destino cieco. Ma è una traduzione sbagliata. La parola destino fa pensare a un regista, a una mente che guida gli eventi secondo una sua logica. Invece, la parola caso esclude questo regista. Infatti, per Kieslowski, il caso inventa storie senza uno scopo preciso.

Kieslowski non giudica mai i suoi personaggi. Per lui, la vita è così difficile che non ha senso criticare le persone per ciò che fanno. Anzi: l'unico atteggiamento possibile è la comprensione umana. In tal senso, Kieslowski non giudica nessuno dei tre Witek. Né quello che entra nel partito comunista, né quello che entra nel partito cattolico clandestino, né quello che è indifferente. Dato che sono tre scelte del caso, che senso avrebbe criticare Witek?

Il film ci mostra che cos'era la Polonia di quegli anni. Da una parte, c'era il terribile partito comunista e i suoi metodi criminali. Dall'altra parte, c'erano i Polacchi cattolici, che cercavano d'abbattere il comunismo. C'era poi la terza via, quella di chi non credeva né al comunismo né alla religione. È la via di chi crede solo nell'individuo e nelle sue capacità. È la via cara a Kieslowski. Ma il regista sa che questa via non è migliore delle prime due: è solo una delle risposte possibili. Perciò, ce le presenta tutte e tre con la stessa dignità.


…Ma "Destino cieco" sostanzialmente è una pellicola che si basa profondamente sulla dicotomia che poi diventa una vera e propria lotta, tra libero arbitrio e determinismo. Una lotta che sembra essere vinta dal determinismo, così come forse fin troppo schematicamente vuole raccontarci e dimostrarci Kieslowski. Una visione un po' troppo unilaterale che non lascia spazio di manovra all'uomo, appunto. Una sorta di pessimismo quasi estremo che ci vede prigionieri assoluti, impossibilitati a liberarci, della casualità o del destino, come dimostra il tremendo finale. Non esiste nessun libero arbitrio, insomma, nessun margine di salvezza, se a determinare tutte le nostre scelte, i nostri percorsi, sono solo degli avvenimenti casuali nei quali ci imbattiamo senza il nostro volere.
Un film non facile da digerire dunque, ma sicuramente apprezzabile non solo concettualmente per ciò che viene raccontato tra le righe di queste tre storie tutte ugualmente possibili, ma anche perché recitato magistralmente, musicato ancora meglio e girato con una sorta di rispondenza al significato stesso della pellicola, cioè senza eccedere in "interventi" eccessivi, quasi come se persino la regia sia governata dal caso stesso. Insomma, una sobrietà formale e stilistica che si sposa perfettamente con l'impianto concettuale della pellicola.

La triplice sorte di Witek, che conosce tre diverse evoluzioni a seconda di quanto avviene sul marciapiede di una stazione ferroviaria, mostra quanto l’uomo si renda inconsciamente complice della propria predestinazione, abbandonandosi alle conseguenze dei fatti, senza mai neppure tentare di inserire, con un temerario atto di volontà,  un’insanabile incoerenza, una deviazione arbitraria, che spezzi la concatenazione di causa ed effetto. Essere comunisti, cristiani o agnostici è un mero prodotto degli eventi, che non ci vedono nel ruolo di registi, e nemmeno in quello di interpreti principali, visto che i gesti e le battute ci vengono suggeriti dall’esterno. Del resto il copione non è una trama che corrisponda ad un disegno, bensì è una sceneggiatura che si forma strada facendo, senza pretendere di esplicitare concetti o delineare caratteri: lo stile fluido e tiepido di Kieslowski aderisce alla cauta indeterminatezza del dubbio, che, mentre dice,  immagina, dentro sé, altre frasi, altri significati, altri toni di voce, che potrebbero conferire alla scena ed ai suoi personaggi una coloritura diversa…

venerdì 18 maggio 2012

Il maledetto United (The Damned United) - Tom Hooper


Tre attori eccezionali, Michael Sheen (Frost/Nixon - Il duello), Colm Meaney (Come Harry divenne un albero), Timothy Spall (Il discorso del re), in un film davvero bello, mai passato nei cinema in Italia.
Sembra che parli di calcio, ed è un peccato perderlo; per chi ancora non lo conosce sarà una sorpresa bellissima - Ismaele


Non è necessario essere appassionati di calcio per apprezzare un film che si muove con sicurezza su più piani (il regista è quel Tom Hooper che con Il discorso del re conquisterà 4 Oscar che contano). Perché Hooper riesce a svincolarsi dalla cronaca sportiva per indagare nella psicologia di una frustrazione personale che si trasforma in lotta ideale fino ad inscriversi nella storia del calcio. Clough vive la propria professione come una missione contro la prepotenza di chi ha la spocchia di ignorare gli avversari considerandoli delle nullità trascurabili…


…È quella di Clough una personalità borderline, "Camminando sull'acqua" è il titolo della sua autobiografia, persona e personaggio al limite, interpretato in modo eccezionale da Michael Sheen ("Frost/Nixon - il duello", "The Queen"): più che i terreni di gioco è la personalità dell'allenatore il campo di battaglia che il regista Hooper ritrae e ricostruisce sapientemente ponendo particolare attenzione al rapporto di Clough con il suo vice Taylor e con il suo rivale Revie. "Il Maledetto United" rinuncia ad ogni singolo cliché sfruttato daglisport movies e concentrandosi sugli aspetti umani di una storia di ambizioni frustrate opera un delicato lavoro di scavo profondo nella mente dell'uomo che ha animato una delle più affascinanti storie sportive di tutti i tempi…


Se qualcuno in questo momento mi chiedesse qual è il miglior film che abbia mai visto sul mondo del calcio risponderei, sine dubio: "Il Maledetto United". Film che rasenta la perfezione, magari non un capolavoro perchè l'argomento non lo consente, ma meglio, davvero, non si poteva fare. Brian Clough, un Mourinho ante litteram, è stato uno dei più grandi allenatori europei di sempre (dopo esser stato un attaccante meraviglioso) capace di vincere il titolo inglese con Il Derby County e il Nottingham Forest, entrambe prese tra l'altro quando erano negli ultimi posti della seconda divisione inglese. Non solo, con il Nottingham vinse poi 2 Coppe Campioni, impresa davvero incredibile. Il film racconta proprio il brevissimo periodo in mezzo a queste 2 imprese…


… Si fa davvero fatica in effetti a trovare difetti all’opera, dato che la regia di Tom Hooper è assai equilibrata, mai banale né particolarmente stravagante, ma sempre dinamica ed in grado di far risaltare degnamente l’ambiente e la spettacolarità dell’immagine. Tutto all’insegna di un ottimo ritmo narrativo dunque, con una deliziosa struttura che alterna flashback e “presente”, funzionante alla grande per rendere l’evoluzione psicologica dei personaggi e dare brio alla trama.

Perfetto anche l’uso del materiale d’archivio e la fusione tra materiali originari dell’epoca con le riprese moderne, anche se i veri valori aggiunti sono il cast e l’impatto visivo: il primo è azzeccatissimo, con un Michael Sheen monumentale (non a torto si parla di lui come uno degli astri emergenti del cinema), ma perfetti anche i comprimari Colm Meaney e Timothy Spall. La cornice appare molto di più che un semplice riquadro ad una delicata tela, sfoderando una perfetta fotografia, con accattivante alternanza di bianco-nero e colori



mercoledì 16 maggio 2012

Anything for Her (Pour elle) - Fred Cavayé

un gran bel film, un'opera prima che molti si sognano, non ti annoia neanche un attimo.
a parte il titolo italiano (che traduce il titolo francese in inglese, che fesseria), il film dà soddisfazione.
grandissimo, come suo solito, Vincent Lindon.
guardalo, non te ne penti - Ismaele

Il film di Cavaye parte a razzo con il volto segnato di Vincent Lindon che fugge con la propria station wagon. Non si sa da chi , né da che cosa. Poi velocemente in una struttura a flashback ci viene spiegato tutto con rapide sequenze. La felicità apparente di una coppia borghese viene spazzata via una mattina come le altre, da un'incursione di polizia: la donna viene portata via perchè accusata di omicidio e viene condannata a venti anni di galera. Il marito, il Vincent Lindon di cui sopra, non si rassegna e organizzerà un meticoloso piano di fuga. I flashback avvicinano gradualmente il film verso un presente fatto della routine della visita settimanale alla moglie insieme col figlio (che la tratta più o meno come un'estranea), del dolore di lui che si è visto disintegrare la famiglia davanti agli occhi e di lei a cui il destino ha negato anche l'affetto del figlio…

L’intrigue va à l’essentiel : la détermination furieuse, parfois aveugle, de Julien (à l’image de la surdité de la justice vis-à-vis de Lisa). Le scénario est épuré comme les murs d’une prison. Ce qui ne veut pas dire que le style est dénué d’émotion. Au contraire. Il la suscite sans la forcer. En nous montrant cet homme seul, fragilisé, aux forces décuplées. En nous montrant cet homme lui aussi dans une prison, celle de la caméra, celle de sa folie amoureuse (pléonasme ou antithèse : à vous de voir), celle de son incommunicabilité de sa douleur (avec son père, Olivier Perrier, parfait dans la retenue et la froideur). La relation paternelle est aussi au centre de l’histoire. Ce sont aussi deux pères qui vont très loin par amour. A leur manière.
La musique, irréprochable ( de Klaus Badelt, qui a notamment travaillé avec Terrence Malick et Micheal Mann) ajoute ce qu’il faut quand il faut pour accroître la tension, déjà palpable.
Au final, un thriller sentimental que la force de l’interprétation, magistrale, de son acteur principal (« Pour elle » vaut donc le déplacement, ne serait-ce que pour lui à qui le film doit de captiver, capturer notre attention et empathie), la vigueur, le rythme et l’intelligence du montage rendent haletant, nous faisant oublier les invraisemblances du scénario, croire et excuser toutes les folies auxquelles son amour (le, les) conduit.  Un premier long particulièrement prometteur…

martedì 15 maggio 2012

Jancio Wodnik - Jan Jakub Kolski

un film che non si vede tutti i giorni, con una musica bellissima, di Zygmunt Konieczny.
racconta una storia di poteri speciali, di viaggi e attese, di credulità e di chi capitalizza, un film dell'est Europa, realismo magico, dice qualcuno.
merita di essere visto - Ismaele


The old man Johnnie lives a peaceful but eccentric rural life with his young wife Veronica. Shortly after conceiving the child they have longed for, Johnnie discovers that he possesses previously unsuspected healing powers, and can control the elements, water in particular. He sets out to bring his magic to the wortd at large, leaving Veronica to fend for herself. A few miles into his journey he runs into Stygma, a Harley- riding carnival con-artist and fake stigmatist, and they team up, drawing disciples and hangers-on to the entourage that eventually makes a fat living from the countryside through the combined efforts of Johnnie's faith-healing miracles and Stygma's hokum. Veronica calls for Johnnie when she is about to give birth, but the conjurer considers himself beyond the obligations of family life. As if marked by Satan, the child is born with a tail, and Johnnie simultaneously loses his mysterious powers. He wakes up, abandoned by the people, with only Veronica watching over him. The beautiful love that had been between them has extinguished. Johnnie tries to work the last miracle - he decides to turn back time...

The washing of the feet is a Christian ritual that dates back to the Bible. And cleanliness is next to godliness, as they say. But when a middle-aged farmer begins to notice his power to manipulate water, first in obsessively washing his young bride’s feet and later in silly tricks, he believes he’s been granted the power to heal and assumes the role of messiah. In the 1993 film written and directed by Jan Jakub Kolski, Jancio Wodnik (aka Johnnie Aquarius), it’s revealed that a very thin line separates divinity from corruption: water may signify purity, but contamination is apt to set in at any time.
The theme certainly isn’t new, and Kolski wanders on the side of the path once tread by Luis Buñuel, so expertly from Viridiana(1961) to Simon of the Desert (1965) and The Milky Way (1969). While Buñuel imitators generally miss the mark — Wojciech Has’s ponderous The Saragossa Manuscript (1965) comes to mind — Kolski’s blend of abstract comedy, sensuality, and religious hocus pocus has a flavor and style that is fresh and appealing. Decidedly unlike Buñuel, however, Kolski favors linear construction, shying away from the surrealist’s abject cynicism, and heads toward the kind of morality Don Luis would’ve gagged on…

Magic realism. Reality mixed with weirdness. a Normal story intertwined with strange elements. (but not "strange" as defined by "The Eraserhead" etc.). Nice altogether. Someone wrote "wonderful" - that's it (but of course not the Disney "wonderful").
I would like to recommend it, but would not know what to compare it to. Strange but funny and real at the same time. Not too 'artsy', actually, not 'artsy' at all. Lots of funny clashes between the protagonist and the reality outside. "Oh, Jesus crucified.". "No, welded".
Slightly in the style of what GG Marquez could have written (less magic though).

domenica 13 maggio 2012

Ménilmontant - Dimitri Kirsanoff




uno di quei film che contiene molto cinema che verrà dopo.
grande bel film, con omicidi, amore, abbandono, solidarietà.
da non perdere (8.0 su imdb) - Ismaele


Dimitri Kirsanoff's Ménilmontant is a masterpiece of silent cinema, taking a simple melodramatic plot and transforming it into a deeply affecting work of art with the sheer force of the poetic, intense visuals that Kirsanoff uses to tell his story. The film follows a pair of sisters who leave the country for the city after their parents are slaughtered in a mysterious axe murder. Unusually for the time, there are no intertitles, so the plot is communicated entirely with imagery. This economical storytelling gives the film a lean, stripped-down aesthetic that makes it seem eminently modern. All the unnecessary exposition is trimmed away, and the opening axe murder is boldly stylized and brutally effective, even as its exact details remain unclear. Kirsanoff's dense, rapid-fire montage is perfectly suited to capturing the insane violence that orphans the two girls. Later, as the film traces the disintegration of the sisters' relationship after a man comes between them, Kirsanoff employs a wide variety of aesthetic tools, from superimposition to expressive closeups to poetic non-narrative shots of the urban surroundings...
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...In Ménilmontant si fondono l’impegno estetico e quello sociale con risvolti psicologici. In questo, Kirsanoff rivela la sua vicinanza all’esperienza del cinema russo, ad Ejzenstejn in particolare, quando già nella prima convulsa sequenza, il regista scandisce l’azione con una furia ritmica che moltiplica la scioccante drammaticità di un brutale assassinio, alternando primi piani e campi stretti e frammentando la scena sotto i colpi di un montaggio che poco meno di quarant’anni prima anticipa con simili funzioni la violenza espressiva dell’Hitchcock di Psycho. L’incipit introduce immediatamente un clima cupo e instabile, dove ciò che accade non ha premesse o spiegazioni, ma in cui la consequenzialità degli eventi non è mai stravolta o irrazionale. La ragione dell’omicidio di due genitori è oscura, la narrazione si concentra subito sulle due figlie (Sibirskaia e Beaulieu) che dopo qualche tempo si trasferiscono in città per guadagnarsi da vivere...
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...Dimitri Kirsanoff's film centers on two young country girls who flee to the city after their parents are brutally murdered (we are given very few details as to who did this or why). The film's narrative is very sketchy, as there are no intertitles, and the two girls have similar features and are dressed similarly throughout most of the film. One of the girls, played by the wonderful Nadia Sibirskaia (Kirsanoff's wife), goes off with a man while her sister stays home in their tenement. When she returns home she soon has a baby, and her sister goes off (presumably as a prostitute) with the man. Sibirskaia presumably becomes homeless until she is ultimately reunited with her sister. The man they went away with earlier shows up again, only to be killed by a random criminal.

The film's slim and fragmented plot does nothing to convey the extraordinary and evocative world Kirsanoff creates through a barrage of disparate techniques lifted from German expressionism, Soviet montage, Hollywood melodrama, and the French avant-garde. The opening massacre is shown through a rapid Eisenstein-inspired montage; the compression of time and dreamlike waywardness of the girls' journey is presented through a series of lap dissolves; and the wintry, desolate atmosphere of Menilmontant (a poor, working class district on the eastern edge of Paris) is conveyed by an impressionistic use of documentary footage...

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Sotto Casa - Alessio Lauria



grazie a Roberta per la segnalazione

giovedì 10 maggio 2012

L’Enclos (Otto ore al buio) - Armand Gatti

una storia che si svolge in un campo di concentramento, l'inizio è formidabile, sembra una miniera a cielo aperto vista da Sebastiao Salgado.
un film eccezionale, non urlato, succedono le cose più terribili, la regola è sempre "mors tua vita mea", una storia di tedeschi e kapò, e vittime sacrificali, che non dà tregua, crudele.
da non perdere - Ismaele



Dans un camp de concentration de la Seconde Guerre mondiale, un officier nazi jette un prisonnier politique allemand et un juif français dans un enclos. Par jeu pervers, il promet la vie sauve à celui qui aura tué l’autre avant le lendemain. Pendant ce temps, d’autres prisonniers veulent tenter de le faire sortir. Armand Gatti ayant lui-même été prisonnier en Allemagne, l’univers terrible qu’il nous décrit est certainement celui qui qu’il a vécu. Son film est indéniablement l’un des témoignages les plus forts sur ces camps de concentration où des hommes sont détenus parfois depuis plusieurs années dans des conditions épouvantables. Ce face à face en huis clos nous permet de mieux comprendre leur état psychologique, comment ils conservaient leur humanité, refusant la poussée d'une certaine animalité. Armand Gatti filme assez près de ses personnages, souvent avec une certaine pénombre, réduisant l’univers au cadre de l’image, se concentrant sur les hommes. L’Enclos reçut le Prix de la Critique à Cannes en 1961 puis sombra dans un oubli presque total. Il est à nouveau disponible aujourd’hui et ce n’est que justice car l’Enclos est un film fort et puissant qui mérite d'être vu.

“When I studied, I met a filmmaker who decided for me, in a way , what I was going to become. It was Armand Gatti who brought us together.” –Jean-Pierre Dardenne at his 2009 Cannes masterclass
“Film is a system that allows Godard to be a novelist, Gatti to make theater, and me to make essays.” –Chris Marker

From its bravura opening shot that disorients the viewer by rotating and tilting down from a picturesque cloud to a rock quarry, the credit sequence of L’Enclosis its most visually striking: lines of concentration camp prisoners silently trudge over the desolate landscape, the black-and-white imagery emphasizing the dry, dusty terrain and harsh shadows. (The cinematographer, Robert Julliard, had previously shot Rossellini’s Germany Year Zero and Clément’s Forbidden Games.) The muted sounds of crunching stone and falling gravel intensify the sense of physical toil, but the setting exists in an abstracted space with compositions that fragment prisoners and relegate guards to the background–a world both immediate and removed…


L'ouverture du film est superbe et grandiose : une carrière où grouillent des larves humaines qui montent des blocs de pierre au long d'un terrible escalier de pierre où le moindre faux pas signifie la mort, sous les balles des SS ou l'écrasement sur les rochers. 
Marcel MARTIN
L'œuvre indispensable est faite et elle est parfaite. On ne pouvait la concevoir avec plus de sûreté, d'honnêteté, de tact. Tous les aspects de l'abominable univers des camps de concentration sont présentés, organisés, autour d'une situation qui ne pouvait exister que là.
Maurice DRUON
Beau sujet de tragédie classique. La haine justificative qui pousse l'un contre l'autre ces deux gladiateurs de l'Enfer que les seigneurs SS du haut de leur mirador voudraient bien voir s'entredéchirer comme deux bêtes.  
Jean-Louis BORY 
"L'Enclos" me devint, dès ses premières images, la transcendance mystérieuse d'un documentaire tourné au coeur même de la haine par quelque diable boiteux. Car on s'étonne qu'un appareil puisse enregistrer les preuves d'un crime sans que les criminels s'en aperçoivent et ne le détruisent. (...) "L'Enclos" témoigne au même titre que "Nuit et brouillard", le film d'Alain Resnais. Il témoigne avec une puissance irrésistible. (...) Ils nous empoigne par la peau du cou. Il nous jette face à face avec cette tête de Méduse par laquelle notre courage doit se laisser pétrifier et convaincre."
Jean COCTEAU (Lettres françaises)


"L'enclos" is completely forgotten today. A demanding,ambitious uncompromizing work,it was completely overshadowed by the so-called masterpieces of the French nouvelle vague.And however "l'enclos" remains unique;it's not an entertaining movie, it's not "Hart's war" or "the great escape" .It's something different,terribly different.

In a concentration camp,a kapo asks one of the prisoners to kill one of his mates.One of the officers saw the whole scene:it gives him a spooky idea:why not repeat it with two other prisoners, a French Jew and a German political prisoner(such a character was not that much obvious in the early sixties ,and might explain the commercial failure of the movie:only 15 years had passed since the end of WW2)?.They lock both of them in an enclosure (check the title ) and tell them that they have to fight and the survivor's life will be spared .I will not reveal what happens next because the script is very elaborated and it would be a spoiler.

The two officers call that an "experiment" ,they are sure that the German Aryan is bound to kill the "inferior" Jew.They make a bet.But the "result" will be totally unexpected ,so unexpected that even in one of the most somber conclusions that was ever filmed,some sunlight does break through.I'm almost sure that if some producer saw this film,he would fatally think of a remake . If it made people feel like watching Gatti's work,why not?

Vigyázat Lépcső! (Mind the Steps) - István Orosz

mercoledì 9 maggio 2012

Mah nakorn (Citizen Dog) - Wisit Sasanatieng

un film folle, con echi di Amelie e Gondry, tra gli altri, pop e wharoliana.
una storia che non ti aspetti dalla Thailandia, e non non annoia, anzi...
provaci, sarà una sorpresa per (quasi) tutti - Ismaele



Mah Nakorn is a romantic comedy, but that label doesn't even begin to describe the vibrant, unique, funny and creative film that Sasanatieng whipped up. The film is filled to the brim with great ideas, properly executed and acted out with so much enthusiasm that it's definitely one of the best comedies I've ever seen. And even though the story itself might be rather detached and fragmented, the romance between Pod and Jin still survives all these typical hardships.

If you're looking for something light-hearted, fun and visually exuberant then Mah Nakorn is your film. It's a lovely little comedy with a lot of heart, a lot of warmth and plenty of interesting and original ideas. It might be a bit random and episodic at times, but if you can look past that you might be in for a very pleasant surprise. And if all else fails, you can still amuse yourself trying to comprehend how Sasanatieng came up with all these crazy color combinations.
Warmly recommended.

Mah Nakorn dimostra che è possibile gioire, sperare, ridere e amare anche quando si vive con salari impercettibili in una metropoli sovraffollata e oppressa da un inquinamento cronico. A onor del vero, andrebbe menzionato un progressivo allentamento del brio con cui la vicenda inizia. Ma se la girandola di trovate e la fantasia spiazzante della prima metà di film diminuiscono gradatamente, al loro posto subentrano (e non è piccola cosa) tenerezza e poesia, mentre lo stupore ammirato del pubblico si muta in un affetto divertito e commosso che accompagna le vicende del tenero Pod e della stralunata Jin fino a un lieto fine prevedibile ma –incredibilmente- non scontato.

Sasanatieng ci regala questo "Citizen Dog" definito più volte "l'Amélie asiatico", ma a ben vedere il paragone dovrebbe risultare lusinghiero per il film di Jeunet. "Citizen Dog" racconta favolisticamente la storia del giovane Pod (Mahasamut Boonyaruk), ragazzo di campagna, che decide di avventurarsi nella grande città di Bangkok non ascoltando gli avvertimenti della nonna, la quale gli dice che se fosse andato a vivere in città gli sarebbe cresciuta una coda. Così Pod, ragazzo "senza sogni", passa da un lavoro all'altro nella frenesia della capitale finché non finisce per innamorarsi di Jin (Saengthong Gate-Uthong), una ragazza stralunata che legge un libro di cui non conosce la lingua. Nulla è impossibile: tra piogge di caschi rossi, turbini di reincarnazioni, una montagne di bottiglie di plastica tanto alta da raggiungere la luna, un orsacchiotto di peluche che fuma e beve whiskey e decine di altre bizzarre trovate la storia di Pod e Jin prosegue narrata avvincentemente con toni agrodolci…

Memore delle lezioni impartite dai grandi delle commedie mute americane, Buster Keaton in testa, e dai Monty Python, Wisit Sasanatieng costruisce uno spettacolo dal ritmo sostenuto e assolutamente esilarante nel suo esercizio continuo di nonsense, un grande spettacolo in cui non esiste un solo momento scontato e la cui pur esile trama non porta mai a un solo momento di noia.

Il film di Sasanatieng si relaziona con Amélie per lo stile favolistico e surreale delle vicende, elemento preponderante che potrebbe mettere in secondo piano una regia meravigliosa e non solo funzionale, ma sarà proprio questo aspetto a farvelo amare. Pod (Mahasamut Boonyaruk) è un giovane di campagna che si trasferisce a Bangkok portandosi con sé le ultime parole della nonna “Quando troverai un lavoro, ti crescerà una coda”, ma l’unica cosa che davvero gli crescerà sarà l’amore per Jin (Saengthong Gate-Uthong), una ragazza con il sogno di riuscire a leggere un libro cascato dal cielo, ma scritto in una lingua sconosciuta (tu guarda un po’, l’italiano). Jin ignora Pod, che fa di tutto per stare con lei, anche il tassista per poterla portare a lavoro, trovandosi ad avere a che fare con personaggi curiosi come l’orsetto di peluche fumatore Tongchai, o Tik, un uomo con la mania di leccare qualunque cosa. Lo scenario, distante come uno sfondo dipinto in certe occasioni, come la pagina di un album su cui i personaggi/figurina vengono incollati, è una Bangkok sormontata da un’immensa montagna di bottiglie di plastica, una sorta di discarica di merce riciclata, l’ultimo luogo dove qualcuno si sognerebbe mai di inscenare il climax di una storia d’amore…