martedì 28 febbraio 2012

In time - Andrew Niccol

quello che mi è piaciuto di più è che è una storia senza sovrastrutture, dove vita e morte sono chiare e l'unica unità di valore è il tempo, non moneta, non oro.
più che una storia alla Bonnie and Clyde, il personaggio della ragazza  mi sembra sia ispirata a Patricia Hearst (vedi qui, per chi non conosce la storia).
un film che mi è piaciuto, certo non è un capolavoro, ma non merita le stoncature che ho letto in giro - Ismaele


il cinema ha comunque bisogno di compromessi, ha bisogno di sfrenati inseguimenti in macchina, ha bisogno, novello 2012, di decine di salvataggi last second, ha bisogno di inserire una miriade di luoghi comuni in un'idea di sceneggiatura semplicemente fantastica. E poi mi ci mettono anche una serie di gnocche paurose dimenticando che non è detto che se tutte hanno 25 anni  è matematico essere gnocche paurose,oppure incidenti stradali in cui due dentro una cabrio ribaltasi 4 volte rimangono nel sedile senza aver le cinture, o gli stessi due che pur avendo un milione di anni di tempo non prendono per sè nemmeno 3,4 giorni ma danno tutto in beneficienza e vogliono giocarsi il finale del film all'ultimo secondo…



Innanzitutto perché questo film è girato con un’incompetenza da far venire i capelli dritti: Andrew Niccol avrà anche diretto il buon Lord of war, ma qui dimostra tutta la sua inguaribile mediocrità estetica, riuscendo persino a coprirsi di ridicolo con un incidente automobilistico a suon di modellini che nemmeno un bambino ci cascherebbe – roba che gli effetti speciali dei b-movie anni Ottanta al confronto sembrano George Lucas, e se tiro in ballo George Lucas come esempio virtuoso vuol dire che siamo messi proprio male. Il secondo motivo sono i dialoghi, stracolmi di banalità e luoghi comuni e spesso involontariamente ridicoli. Terzo: i due protagonisti. Pessimi entrambi. Justin Timberlake eAmanda Seyfried sono due attori che cani è dir poco, messi lì soltanto per il loro bel faccino e completamente incapaci di dare ai loro personaggi il minimo spessore o personalità. Per carità, non dico che Amanda non si faccia guardare volentieri (cfr. foto in alto), ma è talmente evidente il tentativo di sessualizzare ogni singolo fotogramma con minigonne, tacchi alti (persino durante gli inseguimenti…), labbra a canotto e tette in bella vista che alla fine il tutto non può che risultare veramente ridicolo…

… I due protagonisti della storia, interpretati da Justine Timberlake e Amanda Seyfried, si trasformano velocemente in emuli di Bonnie e Clyde e rapinano banche (del tempo) per dare una speranza di vita migliore ai poveri dei ghetti, ai quali ridistribuiscono le ricchezze rubate. Il plot si sviluppa in maniera lineare, sfruttando elementi della fantascienza politica e il ritmo narrativo dell’action movie, Niccol è interessato ad un futuro facilmente riconoscibile, nel quale inserisce elementi decò (le macchine, gli edifici, i vestiti), limitando al massimo la presenza della tecnologia nella vita delle persone. Nel ghetto, infatti, si telefona ancora da una cabina pubblica.

La società che osserviamo sullo schermo è identica alla nostra, nei suoi meccanismi. I grandi capitalisti schiacciano il proletariato o quello che ne resta, il tempo diventa sempre più prezioso, in quanto bene di consumo o di scambio; c’è chi ruba, chi accumula e chi crepa. C’è anche chi si oppone, individualmente, all’ordine delle cose. E se le masse si accontentano della carità, senza riappropriarsi di ciò che gli appartiene e giornalmente gli viene rubato, significa che il tempo della rivoluzione, purtroppo, ancora non è arrivato…

martedì 14 febbraio 2012

Una Separazione - Asghar Farhadi

un film che ti lascia senza appigli, qui non ci sono buoni e cattivi, chi ha ragione e chi ha torto.
non ci sono vincitori e vinti, in un mondo senza sorrisi.
è un mondo tenuto in piedi da esseri fragili, che sbagliano e ne sono turbati, un mondo che verrà salvato dalle ragazzine, che tutto vedono e capiscono, e vorresti sapere cosa pensano, ma non lo saprai mai.
nel film sembra non succeda molto, ma succede tutto.
e non ti stacchi fino alla fine, senza annoiarti un secondo - Ismaele




Fahradi sceglie di posizionare la mdp in mezzo, nel cuore della frattura. Cambia continuamente il punto di vista sulla verità. Aderisce alla prospettiva di ogni personaggio, mettendone a nudo umanità, fragilità, bassezze. Addensa il piano: di parole, gesti, sguardi terribili. Lascia lievitare il reale, esplodere le metafore. Il quotidiano viene smosso, i fatti intensificati, drammatizzati, infine rimossi.
Il film è un mulinello emozionale veloce, implacabile. La sua ruota dentata è l’Iran che gira, afferra, dilania. Freneticamente immobile. Dentro il vortice di un impasse.

…Però questo film è tanto più interessante, quanto meno è politico o di denuncia. «Non mi piacciono i film manifesto, perché nascondono una dittatura interna. Viceversa, più si è vicini alla realtà, più si è politici» ha dichiarato Farhadi. Ed essere vicini alla realtà vuol dire non essere semplicistici, non dividere il mondo in buoni e cattivi, non schierarsi nettamente da una parte o dall’altra della ragione. Perché la ragione non è una, ma tante. In un certo senso Una separazione è una commedia pirandelliana. Ha ragione Simin a rischiare la separazione pur di allontanarsi dalla patria, cogliendo un’occasione irripetibile di offrire alla figlia un futuro diverso; ha ragione Nader che non vuole abbandonare in mani estranee il padre demente; ha ragione (anche se è dura per noi accettarlo) la badante Razieh a non pulire il sedere del vecchio finché un’autorità religiosa non le garantisce che non commette peccato; ha ragione Termeh che non riesce a prendere partito fra le volontà contrapposte di papà e mamma…
Chi ha torto allora? Ha torto il violento, il mentitore, il marito di Razieh, disposto a farsi beffe della religione sbandierata a ogni piè sospinto, quando gli impedisce di ottenere, in un processo, i soldi di un risarcimento che non gli spetta. E ha torto lo stesso Nader, che costringe sottilmente la figlia a mentire, per uscire pulito dallo stesso processo. Eppure. Eppure sono «torti» comprensibili, giustificabili umanamente. Nemmeno è un caso che i manipolatori siano due maschi. Due maschi, però, che si piegheranno di fronte all’incorruttibilità delle mogli e alla grazia misteriosa di una ragazza che, nel bel finale sospeso, ha in mano il bandolo della vita propria e dei genitori.

In Una separazione c’è, infatti, una finzione densa di realtà che tradisce un meccanismo per il quale la seconda si confonde nella prima. E così gli attori sembrano interpretare persone più che verosimili e l’intero contesto sembra corrispondere al più meticoloso identikit della società iraniana, carica di costrizioni e contraddizioni. Dunque, senza mai tradire una sola denuncia esplicita, il film si trincera dietro l’infallibilità della ricostruzione di una situazione possibile: le sequenze sono scandite da porte aperte o chiuse, da scorci di stanze o da finestre in cui spesso appare un terzo personaggio che ascolta in silenzio due dialoganti e funge da alter ego dello spettatore…

Sin dalle prime inquadrature si percepisce che Una separazione è uno di quei rarissimi “miracoli” del cinema, capaci ancora di sconvolgere le nostre menti intorpidite e consegnarle ad un livello di raffinata semplicità, che nella claustrofobia delle mura domestiche è abile nell’aprirsi a temi politici, sociali e religiosi, senza mai correre il rischio di essere banale…

Quello che lascia a bocca aperta è l’abilità con cui Farhadi costruisce la sua vicenda, aumentando man mano la tensione e il senso di minaccia, accumulando dettagli apparentemente insignificanti che però scopriremo poi si salderanno in una gabbia da cui i protagonisti non potranno scappare. Sembra l’applicazione drammaturgica della teoria delle catastrofi (e del caos), secondo cui anche un microevento può per un effetto a catena produrre mutamenti radicali. Tutto incomincia a complicarsi maledettamente quando il povero Nader, tornando in anticipo dal lavoro, trova il padre legato e agonizzante…

Certo c'è il quesito iniziale non di poco conto: per un minore è meglio cogliere l'opportunità dell'espatrio oppure restare in patria, soprattutto se femmina? Perchè le protagoniste positive finiscono con l'essere le due donne. Entrambe con i loro conflitti interiori, con il peso di una condizione femminile in una società maschilista e teocratica ma anche con il loro continuo far ricorso alla razionalità per far fronte alle difficoltà di ogni giorno. Agghiacciante nella sua apparente comicità agli occhi di un occidentale è la telefonata che la badante fa all'ufficio preposto ai comportamenti conformi alla religione per sapere se possa o meno cambiare i pantaloni del pigiama al vecchio ottantenne che si è orinato addosso. Sul fronte opposto della barricata finiscono per trovarsi gli uomini che, o sono obnubilati dalla malattia oppure finiscono con l'aggrapparsi a preconcetti che impediscono loro di percepire la realtà in modo lucido. Ciò che va oltre alla realtà iraniana è l'eterno conflitto sulla responsabilità individuale nei confronti di chi ci circonda. Ognuno dei personaggi vi viene messo di fronte e deve scegliere. Sotto lo sguardo protetto dalle lenti di una ragazzina…


sabato 11 febbraio 2012

Parnassus - Terry Gilliam

Terry Gilliam non delude. 
un film con tante di quelle cose dentro che altri ne avrebbero fatto tre.
una gioia per gli occhi e per la testa.
non è perfetto, ma è vivo, basta e avanza.
lo recuperi chi l'aveva perso, non se ne pentirà - Ismaele 



Anche se la sceneggiatura è un po' sgangherata, non posso non essere indulgente con lo zio Monty Python per i crediti che si è guadagnato con la sua arte e per le difficoltà oggettive dovute alla morte durante le riprese di Heath Ledger a soli 28 anni. Terry Gilliam lo ha ricordato così: "Era straordinario, non penso che il mondo abbia nemmeno cominciato a comprendere la reale portata del suo incredibile talento. Penso che nessuno della sua generazione possa nemmeno avvicinarsi alle sue capacità, era semplicemente il più straordinario attore sulla faccia del pianeta."
The Imaginarium of Doctor Parnassus resta comunque un film visivamente pazzesco. Un mondo onirico e lisergico in cui immergersi, apparecchiato con il consueto talento dal nostro geniale demiurgo. Il paradiso e l'inferno creati dalla potenza della mente. Bad trip o good trip a seconda dei casi…
Parnassus offre a Gilliam il destro per esprimere tutto il suo talento pittorico e immaginifico, e il personaggio che incarica di sedurci a passare attraverso lo specchio è proprio il misterioso 
individuo che scampa all'impiccagione e si unisce alla compagnia dell'Imaginarium, ovvero 
Heath Ledger/ Johnny Depp/ Jude Law/ Colin Farrell, che si succedono l'un l'altro magicamente e senza sforzo apparente. Il Parnassus di Christopher Plummer oscilla tra Faustus e l'immobilizzato, ferito Re Pescatore, ed è paradossalmente meno ambiguo e meno convincente, ma conquista comunque le simpatie degli spettatori in tempo per il confronto finale, l'auspicata e miracolosa rinascita…
Terry Gilliam is the last surrealist. His latest film, The Imaginarium of Dr. Parnassus, confirms such an assertion with its dazzling and disorienting visual effects. In “the imaginarium” Dr. Parnassus brings visitors into a world of the dreams, an inversion of those intimate possessions as they are made an entire, external world. These spaces are disproportionately “surrealistic” in that they askew proportions and employ color schemes right out of a Dali. Though supposedly the dreams of the individual, all of Dr. Parnassus’-assisted-dream-spaces bend toward the surrealistic, complimenting the aesthetic and narrative predilections of Parnassus who is really just a proxy for the vision and desires of Terry Gilliam…

giovedì 9 febbraio 2012

Hugo Cabret - Martin Scorsese

"Hugo Cabret" è una bellissima storia d'amore.
parafrasando Pier Paolo Pasolini, che dice "La morte non è nel non poter comunicare ma  nel non poter più essere compresi", qui si può dire che la morte sta nell'essere dimenticati.
e Scorsese non dimentica, quello che non dimentichiamo è vivo, sembra dirci.
andate e godete tutti di questo film, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele

Quanto cinema c’è dentro “Hugo Cabret”? Tutto. C’è tutto il cinema possibile e anche quello impossibile dentro l’ultimo capolavoro di Martin Scorsese. C’è tutto il cinema ed ogni suo pezzo. E’ davvero curioso scoprire come la più geniale invenzione di montaggio di George Melies sia stata figlia di un meccanismo che si inceppa. Una cinepresa che filma una scena di vita metropolitana parigina, la macchina che per un guasto si incaglia, lo scorrere di qualche minuto fuori dal girato, la macchina riparata che torna a riprendere la scena nel frattempo leggermente cambiata…
Un viaggio attraverso l’impossibile. Così si può (estremamente) sintetizzare Hugo Cabret, l’ultima opera (e già tra le più importanti della carriera) di Martin Scorsese.
Un viaggio che parte da Parigi, proprio come quello del cinema, iniziato al Grand Café des Capucines il 28 dicembre 1895, data convenzionale più che ufficiale, quando i fratelli Lumière fecero la loro prima proiezione pubblica.
Un viaggio che appare come il più personale e sentito da tanti(ssimi) anni a questa parte del regista newyorkese: eppure, chi l’avrebbe mai detto qualche mese fa vedendo un trailer retorico e ricattatorio, che pareva preannunciare una pellicola simil-fantasy per famiglie?..

Scorsese, da studioso e amante della storia del cinema, ha capito, dopo una vita spesa anche tra restauri e cineteche, che quello che conta, nel cinema, è la magia del sogno, del nuovo, dell’invenzione. E nel 2012 non è il riproporre a funzionare, ma il reinventare: scovare il meccanismo, dargli un’aggiustata e farlo rifunzionare…

mercoledì 8 febbraio 2012

La frontera - Ricardo Larrain

spesso le storie che attivano da laggiù hanno una dose di realismo magico, naturale, non forzato, e questo non fa eccezione.
bellissimo il ballo fra uomini al bar, mi ha ricordato quelli di Bela Tarr (ne "Le armonie di Werckmeister") e di Fabrice du Welz (in "Calvaire"), a quell'altezza.
bravissimi gli attori, e il regista, naturalmente, che con questo film ha vinto il premio Goya nel 1992.
mi ha ricordato i film di Carlos Sorin, niente di epico, sceneggiature ben fatte, film di dialoghi e rapporti umani.
da non perdere - Ismaele

(e grazie a Gianfranco, che mi ha parlato di questo film) 



Superbly written and acted. I'm still thinking about this movie, 15 years later, after seeing it at a local art film movie house in Ann Arbor. The pastoral beauty of the Maine-like seaside isolation is beautifully and bleakly shot, and the location is a perfect choice for this reflective look at how we banish and bury the truth and emotional life. It's the ocean, the natural world, which keeps track of the past and the present, and does not let anyone forget. I give this film 10 votes out of 10 for vibrant use of Latin-American Magical Realism plus Best "guys dancing with guys" in a bar in Nowheresville scene ever. A quiet, thoughtful movie that precisely conveyed a different way of thinking about the world, and which changed a lot of the ways that I think about the world--exactly what the power of film was meant to accomplish.

"Di questo Riccardo Larrain, d'ora in poi, sentiremo riparlare. E' una promessa sicura." (Gian Luigi Rondi, Il Tempo). 
"Narrativamente lineare è però denso di simbolismi al punto di far pensare a un'intensa metafora, attraverso la quale leggere le drammatiche lacerazioni vissute dal Cile negli anni recenti." (Segnalazioni cinematografiche).
"Se amate il risorgente cinema latinoamericano, non fatevelo sfuggire. Possibilmente in originale, vista la finezza e l'importanza dei dialoghi." (Fabio Ferzetti, Il Messaggero).
"Orso d'argento lo scorso anno, La Frontera di Riccardo Larrain è un bel film, nobile, forte e persino divertente, che la mancanza di star, di pubblicità, di attenzione massmediologica, di un "caso" o di un tema alla moda condannano a sparizione prematura." (Irene Bignardi, La Repubblica).
"Film popolato di personaggi fantastici che trova in Patricio Contraras, Gloria Laso, Hector Noguera e Alonso Venegas degli interpreti preziosi. Così come preziosa è stata la luce e il paesaggio quasi antartico, e la fotografia del ballo degli uomini la sera, al bar." (Victoria T. Palant, Rivista del Cinematografo gennaio 1994).

lunedì 6 febbraio 2012

L'arte di vincere - Bennett Miller

certo la storia della figlia di Brad Pitt è un po' inutile, per i miei gusti, ma nel complesso il film è davvero meritevole.
Brad Pitt è bravo, te lo aspetti.
posso dare un motivo, necessario e sufficiente per vedere questo film, per i dubbiosi: Jonah Hill merita l'Oscar per il miglior attore non protagonista - Ismaele



L'idea di fondo de L'arte di vincere è molto forte, oseremmo dire “politica” nel senso inteso più ampio del termine, così come lo concepisce Aaron Sorkin: un sistema correttamente eseguito e basato sull'interazione di un gruppo di individui può essere più valido del singolo che eccelle. Miller mette in scena questo messaggio e gli uomini che tentano di renderlo verità con ottima professionalità, aiutato dalla fotografia elegante di Wally Pfister. 
L'arte di vincere non deve essere confuso per un semplice film sportivo, quando invece è una storia basata su chi resta nelle retrovie e vede lo sport come comunità, spinta etica, ideale raggiungimento dell'eccellenza. La visione del baseball che il film ci propone è molto interessante, per niente scontata, e dietro di essa ovviamente c'è l'America come ognuno vorrebbe che fosse. Magari anche ferita e rabbiosa, ma sempre disposta a credere nel miglioramento collettivo.

Molte storie cinematografiche hanno calcato i campi sportivi dalla forma di diamante. Anche questa si inserisce quasi nel filone dei film di genere, distaccandosene grazie a un’angolazione abbastanza inconsueta, dato che la rappresentazione dell’evento agonistico non è così marcata. Anzi, spesso è demandata a filmati di repertorio recuperati per sottolineare la veridicità dell’accadimento. 
E accanto a questi unisce la frenesia per la ricerca di un posto nel mondo messa in atto da una persona già grande, associandovi quella più grossolana dei grandi vecchi scout, per poi intervallare con la presenza contenuta ma abbacinante dell’allenatore interpretato da Philip Seymour Hoffman (cosa non riesce a fare con alcuni movimenti delle braccia e calzando un semplice cappellino!).

Sarei stato curioso di vedere come avrebbe diretto la vicenda Steven Soderbergh, licenziato poco prima dell’inizio delle riprese e sostituito da Miller. Rimango col dubbio (o semmai con una segreta speranza) di una vicenda raccontata sottolineando l’aspetto retributivo dei giocatori e il loro impiego quasi meccanico. Avrei preferito un approfondimento su questo aspetto, qui appena accennato e preso poco in considerazione; alla fine Billy sembra un manager irritabile e disinteressato come tanti altri. Non so quanto basti la rispolverata del suono di una chitarra rossa per salvargli le chiappe da una collocazione appena appena sentimentalistica…

L’arte di vincere, questo il titolo italiano, è 5% di baseball giocato e 95% di baseball parlato. Principalmente si parla appunto di numeri, di soldi e stipendi, di valori e percentuali di rendimento dei giocatori, secondo il rivoluzionario modello matematico messo a punto da Michael Lewis, sorta di beautiful mind delle statistiche sportive e autore del libro su cui si basa la sceneggiatura. È meglio fare un esempio: c’è una scena in cui Brad Pitt e Jonah Hill (prima d’ora specializzato nel ruolo dell’adolescente arrapato in alcune celebri commedie teen) gestiscono una sorta di contrattazione triangolare, una compravendita di giocatori con alcuni manager di altre squadre, il tutto al telefono. Detto così, può sembrare un passaggio altamente anticinematografico, e invece è una delle scene più godibili del film (in sala ridevamo in molti). A scoprire le carte, ovviamente, si trovano alla sceneggiatura due fuoriclasse come Steven Zaillian (Schindler’s List e Gangs of New York, per dire) e Aaron Sorkin (The Social Network, ultimamente). Per parte sua il regista (qui all’opera seconda dopo Truman Capote – A sangue freddo) adotta un punto di vista coraggioso e sta nel backstage, tra uffici e spogliatoi, dove le partite si vedono in tv e si analizzano su un monitor…

domenica 5 febbraio 2012

Il caso Martello - Guido Chiesa

visto in una rassegna di cinema, per caso, è un'ottima opera prima.
un viaggio all'indietro, nella memoria che vive ancora.
un film ruvido, non consolatorio, non pacificato.
non sarà facile trovarlo, ma è un film che merita - Ismaele



Assicuratore deve chiudere una pratica aperta da 35 anni il cui beneficiario, un ex partigiano, sembra scomparso nel nulla. Interessante opera prima del torinese G. Chiesa (con esperienze americane alle spalle) che mette in immagini con pulizia, pudore e sensibilità un confronto generazionale con echi piemontesi di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio. Ottimo F. Andreasi nella parte del titolo.

…Nella pellicola si colgono chiaramente gli echi delle opere di Fenoglio (l’irrequieta e non pacificata figura di Antonio Martello si ricollega all’ansia e all’individualismo di alcuni personaggi partigiani dei suoi romanzi e il nome di Fulvia richiama la ragazza amata dal protagonista di Una questione privata) e di Pavese (pensiamo al tema del profondo legame con le origini contadine), ma soprattutto la capacità di creare un’atmosfera densa di risonanze ambigue e misteriose, che comunica con efficacia la sensazione di una realtà indecifrabile che nasconde in modo impenetrabile le proprie verità. La vera protagonista del film è forse questa aspra campagna piemontese, congelata dal freddo e dalla nebbia, il cui paesaggio spoglio e severo (così diverso dallo scenario urbano della Torino in cui troviamo Cesare all’inizio del film) sembra rispecchiare il carattere schivo e diffidente della gente che vi abita.

Qui contano i paesaggi ora brumosi,ora abbacinanti per il candore della neve,contano le memorie che fanno ritornare in superficie un senso di colpa in realtà mai sopito capace di far vivere una vita praticamente in eremitaggio come per autoflagellarsi lontano da tutto e da tutti,contano le memorie della guerra in cui i partigiani stavolta non sono figure così rassicuranti.E conta soprattutto il Martello del titolo interpretato da uno straordinario Andreasi che porta i segni della sconfitta,che a distanza di tanti anni si sente ancora responsabile di quello che è successo,che non riesce a tenere a bada il proprio senso di colpa.C'è questo e molto altro in questo bell'esordio di Guido Chiesa,una sorta di giallo psicologico in cui accade poco ma tutto da godere e assaporare come queste campagne fredde e incontaminate in cui gli estranei sono presenza poco gradita e ,in fondo,poco opportuna…

giovedì 2 febbraio 2012

Une petite fée ( A little Fairy) - Jerome Genevray

La Pomme d'Adam (Adam's Apple) - Jerome Genevray

The artist - Michel Hazanavicius

un film di poche parole, tutte essenziali
un bianco e nero indimenticabile
attori davvero bravi
un omaggio splendido al Cinema, è Cinema
se qualcuno dice di un attore che recita come un cane non ha mai visto questo film, e non sa cosa ha perduto
voi l'avete visto, vero? - Ismaele



Certo, non è il primo caso di pellicola "moderna" che sceglie di ricorrere a un linguaggio ormai datato per rendere omaggio all'epoca del muto: basti pensare ai lavori di Mel Brooks ("L'ultima follia di Mel Brooks"), di Hou Hsiao-Hsien ("Three Times") e di Aki Kaurismäki ("Juha"). Ma mai come in questo caso la ricostruzione è davvero curata: ogni elemento – dalla fotografia alla colonna sonora, dai costumi alle scenografie – la fa apparire come se fosse davvero uscita dagli anni venti o trenta (con l'unica eccezione, forse, dei volti e delle fisionomie degli attori, a partire da Bérénice Bejo, il cui fisico asciutto ricorda più le modelle odierne che le dive di allora, ben più "rotondette"). Ottimo Dujardin, premiato a Cannes come miglior attore. E un premio è andato anche allo straordinario cagnolino che lo segue in tutta la pellicola, un Jack Russell di nome Uggy, che ha ricevuto la "Palm Dog" destinata al miglior attore canino del Festival…

Occhi lucidi, mani che battono ritmicamente una sull’altra mentre il suono dell’applauso intorno è così coinvolgente che diventa difficile fermarsi.Hai appena ricevuto un regalo, ti sei appena alzato per tributare una standing ovation perché sono questi i film che ti continuano a far amare il cinema, pepite d’oro che capitano tra le mani poche volte l’anno, qualche volta neanche una...

Se i protagonisti sono bravissimi, va menzionato sicuramente il cane, il Jack Russel Uggie che vanta un proprio profilo twitter, meritatissimo dato che e' protagonista al pari degli attori: nel momento piu’ drammatico la sua presenza ricalca il ruolo del bambino piangente ne Il Monellodi Chaplin. L’inseparabile coppia che la bestiola forma con Valentin ci ricorda come il cinema sia un’espressione artistica molto popolare, nata dal vaudeville e pur citando i grandi del cinema, l’ironia che smorza i momenti di grande tensione melodrammatica riporta sempre la riflessione a questo inizio giocoso e popolare ..sara’ questo che ha disturbato i critici?..


mercoledì 1 febbraio 2012

Cyrus – Duplass (fratelli)

tiene attaccati allo schermo fino alla fine, merito degli attori, sopratutto di John C. Reilly, che è bravissimo.
se non si hanno aspettative troppo grandi piace. - Ismaele


I Duplass utilizzano abbondantemente le musiche, conferiscono ai personaggi lavori e ambienti che conoscono, attribuiscono loro nevrosi e fissazioni che abbiamo imparato a riconoscere come proprie all'americano contemporaneo - relazioni difficili, aggressività, imbarazzi e nuovi equilibri familiari. La coppia e la famiglia, per quanto disastrate, non sono migliori o peggiori di quelle "tradizionali", semplicemente vivono di diverse problematiche relazionali. I Duplass non stupiscono, né strappano risate facili: tutto rimane su un terreno riconoscibile, non troppo assurdo e nemmeno troppo banale. Forse non aggiungerà nulla di viscerale, ma "Cyrus" è un film che mette al centro i personaggi, i sentimenti, i conflitti irrisolti e le relazionali sociali, senza giudicare. Risultato di un cinema che - abbandonate le etichette - si poggia su mezzi specifici, persone e personaggi.

…Sempre in bilico con la commedia nera, i personaggi appaiono ben delineati, sia per via della forte sceneggiatura sia per la prova degli attori, chiamati spesso a improvvisare durante le scene. John C. Reilly riesce a comunicare anche con una semplice contrazione dei muscoli facciali tutto il suo disappunto o la sua amara rabbia. Jonah Hill, da cui non ci si aspetta molto prima della visione del film, si dimostra invece padrone della scena sia per la sua stazza fisica sia per il suo sguardo da "sociopatico mammone e bugiardo": in certe inquadrature è davvero inquietante, ad un passo dal turbare anche lo spettatore, mentre è irresistibile nella scena in cui si mostra intento a comporre musica.

Nonostante le poche scene, la Keener riesce a portare la sua personalissima impronta al personaggio più normale di tutta la storia. Marisa Tomei è in pieno stato di grazia, dannatamente credibile e sexy anche nel ruolo di mamma "attempata", con il suo sguardo da gatta sorniona, come se il suo personaggio fosse la naturale evoluzione della Mona Lisa di "Mio cugino Vincenzo"…

Mai troppe parole, mai troppe. E' per quello che non sopporto certi film di un notissimo regista americano che ogni volta che ritrae sé stesso e/o i suoi compatrioti come stressati, depressi piuttosto che ipocondriaci e polifobici, ci mostra persone che parlano a mitraglia, frasi a raffica, ognuno che parla per conto suo poi, senza ascoltare gli altri. Sarà anche quello il mondo che vuole ritrarre ma mi danno sui nervi. Chi è? Provate a indovinare. Un aiutino? Ricorda un certo picchiarello.
Qua siamo agli antipodi, si parla il giusto, uno per volta, ci sono persone che sanno ascoltare…